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VEDERE E’ CAPIRE
ALCUNE RIFLESSIONI SULL’ARGOMENTO
di Alexander Lowen
tratto da International Journal of Bioenergetic Analysis
traduzione di Marilinda Residori
Quando un paziente raggiunge una maggior comprensione del suo comportamento
in relazione alle esperienze infantili, acquisisce maggiore consapevolezza.
A quel punto può dire “io vedo” per esprimere “io
capisco”. Infatti l’espressione “io vedo quello
che vuoi dire” è intercambiabile con “io capisco
quello che vuoi dire”.
L’identificazione tra vedere e capire può essere qualcosa di più di
un gioco di parole.
Può esserci connessione tra capire e la funzione visiva?
Certi disturbi dell’acutezza visiva possono essere correlati con certi
difetti nel comprendere. Lasciatemi dare alcuni esempi presi dalla mia pratica.
Recentemente una donna di circa 60 anni venne per un consulto a causa di lesioni
dovute a un tumore al seno. Era determinata a vincere il suo male, cosa
che esprimeva fisicamente attraverso una mascella dura e serrata. Quando sorrideva,
però, la sua faccia risplendeva come quella di una bambina, ma
il sorriso non si estendeva agli occhi che erano nascosti dietro a degli occhiali
pesanti e spessi.
Quando le chiesi di togliersi gli occhiali, replicò che non avrebbe
potuto vedermi se non come un’immagine confusa sebbene io fossi distante
solo poco più di un metro. Era molto miope, ma io potevo vedere una
profonda disperazione nei suoi occhi, di cui era completamente inconsapevole.
La paziente sentì molta tristezza che attribuì alla sua malattia.
Le chiesi di parlarmi della sua infanzia e la descrisse come un periodo
felice e con dei genitori amabili.
Io non potevo vedere la sua disperazione attraverso gli occhiali, così mi
fu chiaro che gli occhiali le servivano per nascondere questo suo sentimento
alla gente, ma anche a se stessa. Inoltre era determinata a non liberare
la sua disperazione e parlando di questo problema mi riferì che da giovane
aveva provato le lenti a contatto, ma non poteva portarle perché le
irritavano gli occhi. Ma quelle erano lenti rigide e si chiedeva perché in
seguito non avesse mai provato le lenti morbide.
Forse il disturbo visivo più comune è la miopia. Senza gli occhiali
per il miope è quasi impossibile vedere
l’espressione della faccia altrui, e non solo la faccia è sfocata,
ma c’è una gran difficoltà nel vedere gli occhi dell’altro.
Si potrebbe pensare che il blocco visivo può essersi sviluppato a un
livello inconscio poiché la persona non vuole vedere l’espressione
negli occhi degli altri, perché potrebbe essere troppo spaventosa da
sostenere.
Questo poteva essere vero quando la persona era un bambino, dato che generalmente
la miopia di sviluppa intorno all’età di 10-12 anni.
Inoltre l’occhio miope è un occhio spaventato: un forte spavento
può fare allargare gli occhi e rigonfiare il bulbo oculare. Lavorando
con pazienti miopi ho spesso colto in loro una paura opprimente di cui non
erano consci. Non ho mai visto un paziente miope che non fosse profondamente
spaventato e tuttavia completamente inconsapevole di questa paura.
Se uno non vede la figura minacciosa non è spaventato: in un certo senso
il miope ha seppellito la sua testa sotto la sabbia.
La tecnica che uso per evocare la paura è far stendere il paziente sul
lettino e assumere deliberatamente un atteggiamento spaventoso mentre gli sto
davanti. Il paziente porta le sue mani davanti al viso per proteggersi, i suoi
occhi sono aperti più larghi possibile e il respiro profondo. Poi lo
guardo negli occhi con un’espressione dura, ma tuttavia questo non è sufficiente
per far emergere la paura, a meno che io non faccia un po’ di pressione
su un’area trattenuta, la mascella o la faccia. Con queste tecniche la
maggior parte dei pazienti sentirà paura, qualche volta terrore.
Poi chiedo al paziente di descrivere come sembro e di solito mi sento rispondere:
diabolico, arrabbiato, freddo, spaventoso. Una volta fatta questa esperienza
la paura può essere evocata più velocemente la seconda volta
con meno sforzo.
In molti casi i pazienti possono identificare la mia immagine con uno dei loro
genitori, di cui essi ora percepiscono che avevano paura. Possono anche realizzare
che erano spaventati dallo sguardo del genitore.
Spesso diciamo che gli sguardi possono uccidere, e se da adulti possiamo anche
non crederlo, da bambini ci si crede. Particolarmente quando è indirizzato
da un genitore a un figlio lo sguardo che uccide è freddo e atroce esprime
l’odio che, sebbene negato consciamente dal genitore, il bambino vede
e deve a sua volta negare, dal momento che accettare la realtà di quello
sguardo sarebbe la sua rovina.
Questo rifiuto a vedere blocca ogni reale comprensione della propria vita e
del proprio comportamento.
Quello che ho detto sugli occhi dei miopi credo sia altrettanto vero per ogni
occhio che ha disturbi visivi.
Un’altra tecnica che uso è chiedere al paziente di visualizzare
la faccia del genitore, e in particolare gli occhi. Mentre il paziente
lo sta facendo io applico una pressione con le dita alla regione occipitale
opposta ai centri visivi. Al paziente che è sdraiato sul lettino viene
chiesto di aprire gli occhi ampiamente e guardare.
Questa procedura ha avuto un effetto considerevole su un uomo con cui avevo
lavorato per anni. Egli si raffigurò la faccia di sua madre e vide uno
sguardo di freddo odio nei suoi occhi a cui egli reagì con rabbia intensa
e col desiderio di distruggerla.
Questa esperienza ha avuto sul paziente un considerevole effetto: la sua faccia
fu trasformata, egli sembrava più giovane di molti anni, con una espressione
luminosa e innocente. Mentre normalmente le sue sopracciglia erano aggrottate
e i suoi occhi stretti in un’espressione pensierosa, come per capire
cosa sta succedendo, ora erano aperti e rilassati. Finalmente capiva.
Credo di non avere mai visto una tale trasformazione in altri pazienti.
Potrei aggiungere che non fu per lui un traguardo finale, ma aveva fatto un
passo in più per liberarsi dalla schiavitù del suo passato.
Se capire è collegato a vedere, è possibile che da un miglioramento
nel capire derivi un miglioramento della vista?
Ogni volta che un paziente si permette di sentire la paura che ha negli occhi
in relazione a un genitore, c’è un temporaneo miglioramento delle
funzioni visive.
Comunque, perché il miglioramento sia sostanziale e duraturo la comprensione
deve arrivare alla radice del problema.
Non è sufficiente sapere di essere stato odiato da un genitore, bisogna
sapere perché. La risposta a questo quesito può portare a una
profonda e reale comprensione.
Perché un genitore dovrebbe odiare un bambino? Cosa può fare
un bambino per provocare un sentimento così negativo in una persona
il cui amore è incarnato nel figlio?
Un genitore può attaccare un figlio perché è ostinato,
testardo o ribelle e rifiuta di sottomettersi alla sua autorità,
ma credo che questa non sia la vera ragione. Specialmente quando l’ostilità è espressa
da uno sguardo, questo proviene da un’altra fonte. In effetti lo sguardo
assassino dice:
“sei cattivo, dannoso, sei la maledizione della mia vita e ti voglio
distruggere”. Ma il bambino è realmente innocente, salvo che il
genitore nega e rifiuta di vedere questa innocenza che gli scatena i propri
fantasmi, in quanto il bambino, nella sua innocenza esprime la sua natura sessuale.
Perciò è la naturale espressione della sessualità che
il genitore vede negativa o come un ostacolo.
Molte pazienti donne hanno espresso questo concetto dicendo: “Mia madre
non poteva soffrire la mia vitalità” oppure “Ero una bambina
molto graziosa”. Soprattutto quando questa vitalità suscita
l’interesse del genitore del sesso opposto può provocare una rabbia
gelosa nel genitore dello stesso sesso.
Sono sempre stato colpito dal fatto che generalmente la miopia si instaura
prima dell’inizio della pubertà, nel momento in cui il giovane
inizia a rendersi conto dell’impellente pulsione sessuale, e uno degli
elementi di questa pulsione è l’eccitazione nel vedere la sessualità degli
altri.
Il contatto con gli occhi tra persone di sesso opposto è un’esperienza
di notevole carica sessuale, specialmente tra i giovani. Molta gente evita
il contatto con gli occhi proprio per questa ragione. Generalmente non permettiamo
ai nostri occhi di incontrarsi, perché guardarsi reciprocamente è essere
consapevoli della propria e altrui sessualità.
Questo è particolarmente vero nelle sedute terapeutiche. Io trovo che
pochi pazienti hanno un buon contatto oculare con me, che io sento come una
difesa per non rivelare se stessi.
La migliore difesa è portare gli occhiali, perciò io chiedo loro
di toglierli durante la terapia, perfino se l’effetto è quello
dell’impossibilità di vedermi chiaramente. Io possono comunque
vederli e loro sono costretti a fare uno sforzo.
L’incapacità del paziente a vedermi chiaramente riflette l’incapacità di
capire la relazione tra noi e si essere intrappolato in un transfert non risolto.
Questo è un argomento che vorrei trattare in modo più approfondito
in un saggio successivo.
Per concludere ho un interessante resoconto di un paziente che ha smesso di
usare gli occhiali.
Mi scrive: “Quando buttai via gli occhiali, l’estate scorsa, non
prevedevo il potente effetto che ciò avrebbe avuto. Mi sentii mito
più radicato senza occhiali, nonostante non vedessi chiaramente le cose
a più di due metri. Perché tutto ciò?
Mi sembra che la sensazione di me stesso sia diventata più forte, le
cose al di fuori non mi confondono così facilmente come quando avevo
molte più informazioni visive. Il mio lavoro terapeutico con i clienti è diventato
più chiaro, poiché io vedo e sento la loro struttura di base,
senza essere distratto da un ammontare di dettagli che mi sopraffanno. Sembra
un paradosso: una visione più diffusa e non ricca di dettagli significa
per me maggiore chiarezza e lucidità, mentre una visione chiara attraverso
gli occhiali mi crea confusione e imbarazzo: non so cosa fare per prima cosa.
Ora inizio a fare nuove osservazioni sul vivere con e senza occhiali.”