© Mens Sana in Corpore Sano (www.mscs.it)
di Emilio Del Giudice
Tratto da: Omeopatia e Bioenergetica di Nicola Del Giudice ed Emilio Del Giudice
1. Premessa
L’essere vivente è un insieme di molecole, ma è anche Giovannino
o Concettina. Finora non abbiamo acquisito la legge attraverso cui un
dato insieme di molecole si organizza in modo da costruire Giovannino, mentre
un insieme sostanzialmente analogo di molecole si organizza in Concettina.
Questo perché la fisica non ha fatto ancora grandi progressi sulla
strada della comprensione dei meccanismi di organizzazione collettiva
di un insieme numeroso e denso di molecole. Nel capitolo 6 esporremo quello
che si è fatto su questa strada anche alla luce di sviluppi recenti
molto promettenti.
Nell’ultimo mezzo secolo il comportamento dell’insieme organizzato
delle molecole, cioè di Giovannino e di Concettina, è stato però analizzato
sulla base di uno sviluppo scientifico per ora non riconducibile alla
fisica degli atomi, ma ciononostante capace di produrre conoscenza: la psicodinamica
del profondo, inaugurata da S. Freud e proseguita, dopo di lui, da un
ricco e variegato insieme di correnti (Jung, Reich, Ferenczi, Groddeck, Adler
ecc.). In questo capitolo 5 riassumeremo, senza alcuna pretesa
di completezza, quelle acquisizioni di questa importante corrente di pensiero
scientifico, che riteniamo più rilevanti per una prospettiva di
conoscenza integrata dell’intero essere umano.
2. La tradizione scientifica del dualismo
Come abbiamo visto nei cap. 3 e 4, la medicina omeopatica stabilisce un ponte,
sia pure sulla base dell’empiria macroscopica, tra mondo del soma e mondo
della psiche. Nella tradizione scientifica più generale, però,
questi due mondi sono stati l’oggetto di elaborazioni scientifiche separate
e talora contrapposte, in cui ognuna delle due considerava il mondo dell’altra
come mero epifenomeno.
Nell’approccio medico-biologico l’essere umano appare come un aggregato
di molecole, a loro volta aggregantesi in organelli, cellule, tessuti, organi
e apparati. L’intervento su questa struttura — il soma — è possibile
solo attraverso agenti fisici e chimici — molecole o campi di forze — operanti
in modo locale e specifico. Nelle concezioni più estreme della biologia
molecolare, ogni accadimento del vivente è ricondotto a quella
centrale di comando, che è il DNA, per cui ogni caratteristica o modalità di
quell’essere dato — dall’intelligenza all’impressionabilità,
dalla facilità a contrarre definite malattie alla passione per il fumo — è ricondotto
alla presenza di specifici geni, eventualmente modificabili con interventi
biochimici (questo è il programma dell’ingegneria genetica); il
lettore ingenuo potrebbe chiedersi cosa facesse negli individui europei il
gene governante la passione per il fumo prima della scoperta della pianta del
tabacco; creato evidentemente da una «mente» lungimirante,
attendeva, ancora inoperoso ma smanioso di agire, il momento in cui, sotto
la spinta dei suoi colleghi geni preposti alla curiosità e all’avventura,
l’essere umano da lui codiretto avrebbe scoperto la pianta incriminata.
L’ingegneria genetica condivide perciò con la teologia la
credenza in un piano provvidenziale, scritto in una bibbia i cui caratteri
sono le molecole degli acidi nucleici.
Questo stesso essere umano organizzato
molecolarmente è tuttavia l’oggetto
dì studio di un’altra tradizione scientifica, la psicodinamica
del profondo, inaugurata un secolo fa da Sigmund Freud. Nell’ambito di
questa tradizione, la materia prima grezza non sono più le molecole,
ma le pulsioni, cioè le spinte energetiche, ancora prive di finalità specifica,
provenienti dal mondo oscuro del soma. Per la tradizione freudiana, questo
livello, che si può immaginare essere il punto di arrivo dell’organizzazione
intermolecolare del soma, appare come indeterminato nella sua legge di formazione;
esso è la “cosa”, l’ “Id”, o “Es”,
come lo chiamò Groddeck. Dalle spinte dell’Es emergono i successivi
livelli gerarchici dell’organizzazione della psiche, dall’inconscio
fino alla coscienza.
Le due costruzioni concettuali, quella biologica e quella psico-dinamica, appaiono
totalmente diverse, eppure riguardano lo stesso soggetto, le cui sofferenze
sono descritte nei due casi in modo totalmente diverso; in uno come conseguenza
di deviazioni nei processi molecolari che determinano il comportamento
dell’edificio somatico, nell’altro come conseguenza dello scontro
incessante tra le pulsioni emergenti dall’Es e l’apparato
psichico deputato a incanalarle verso un soddisfacimento sostenibile.
Il punto chiave della dialettica di questi due approcci appare la comprensione
dell’area oscura in cui approda l’uomo biologico e da cui parte
l’uomo psichico, cioè l’Es. La biologia convenzionale
appare totalmente inadeguata a questa impresa, mentre invece questa prospettiva,
come discuteremo nel cap. 6, appare più abbordabile perle concezioni
ancorate al concetto di coerenza. Nel seguito di questo capitolo discuteremo
la portata, per la costruzione di una visione unitaria del vivente, della rivoluzione
concettuale iniziata da Freud e proseguita da molti altri, nonché i
tentativi pionieristici, sviluppati all’interno di questa tradizione
principalmente da W. Reich, di ancorare la psiche al soma.
Bisogna però osservare che la rigidità della separazione tra
i due mondi, somatico e psichico, è stata difesa non solo dall’ambiente
biomedico, sedicente scientifico, ma anche dall’ambiente psicoterapeutico,
che ha spesso preferito l’ancoraggio all’approccio umanistico fondato
sulla parola. Le incursioni in un versante o nell’altro da parte di ricercatori
incuriositi dagli eventi che si sviluppano sull’interfaccia psiche-soma
sono pagate con la scomunica da parte delle rispettive comunità di appartenenza
e la conseguente delegittimazione; si veda il rifiuto della psicoanalisi
da parte dei biologi molecolari e degli psichiatri farmacologici oppure il
rifiuto di Reich da parte dei freudiani. Le due concezioni si arroccano
perciò su due diverse immagini del corpo, il corpo anatomico fatto di
molecole da un lato, il corpo rappresentato fatto di emozioni dall’altro.
In questa prospettiva si colloca la sfida epistemica dell’omeopatia che
mette in crisi la logica di separazione dell’universo cartesiano con
il suo programma di integrazione dei vari livelli dell’umano. Per raggiungere
questo risultato però entrambe le concezioni scientifiche richiedono
una profonda ristrutturazione interna. Sigmund Freud ne era perfettamente
consapevole quando liberò la psicoanalisi da ogni dipendenza dal modello
biomedico, incapace in questa fase di sviluppo di fornire una base biologica
al corpo rappresentato.
La relazione tra mentale e biologico richiede però che il corpo anatomico
in una qualche maniera debba partecipare alla vita psichica sulla base di un
linguaggio ad esso idoneo e coerente: il corpo rappresentato risponde
appunto a questa esigenza. In tal modo la psiche recupera una propria identità,
proponendosi come un’invenzione della natura, attraverso cui l’uomo
può rappresentarsi gli eventi, ivi compreso quelli in cui è coinvolto,
acquisendone coscienza e consapevolezza, migliorando conseguentemente il proprio
potenziale adattati-vo e massimizzando la propria capacità di sopravvivenza.
Non solo; emerge una nuova realtà, il mondo emotivo con una propria
identità ed un proprio specifico linguaggio.
Precedentemente emozioni e funzioni somatiche erano descritte sulla base di
un unico linguaggio: ricordiamo, ad esempio, come Saffo vive e trasmette alla
sua amante il proprio stato emotivo: «o mia Afrodite, non forzare il
mio animo (Thymos) con affanni e con dolore! Mentre turni parli e ridi
amorosamente, a me il cuore (Kardias) si agita nel petto solo che appena
ti vede, e la voce si perde sulla lingua inerte mentre un fuoco sottile affiora
rapido alla pelle e ho buio negli occhi e il rombo di sangue nelle orecchie...
Oggi le emozioni di amore e di gelosia vissute da Saffo non si esprimono più attraverso
il linguaggio caratteristico della fisiologia e della biologia, ma attraverso
un proprio e specifico linguaggio, capace di comunicare emozioni e vissuti
senza la necessità del coinvolgimento del somatico. Tale nuovo linguaggio
ha prodotto il mentale, differenziandolo dal biologico, anche se emerge dal
concreto del corporeo e con il mentale ha definito l’identità del
campo della rappresentazione e dei concetti.
L’introduzione del concetto di corpo rappresentato ha consentito lo sviluppo
e la crescita di questa nuova scienza e la definizione di un nuovo modello,
quello biopsicologico, idoneo a liberare la dimensione psichica dalla dipendenza
finora paralizzante dal modello biomedico.
3. L’universo di Sigmund Freud
Come la biologia e la medicina, anche la scienza della psicologia è stata
piamata dal paradigma dualista.
In questo contesto S. Freud ha avuto il merito di formalizzare una scienza
dello psichico, nell’ambito del paradigma dominante, cercando uno statuto
epistemologico preciso ed uno specifico linguaggio.
Fino ad allora lo studio dell’oggetto psichico era strettamente connesso
al modello medico e Freud propose un modello positivo indipendente da esso
e fondato sulla ricerca dileggi causali e dei meccanismi psichici, in qualche
modo autonomi e indipendenti dalla base biologica.
Freud aveva una formazione neurologica e la sua prospettiva era una spiegazione
dei problemi psichici nei termini della neurochimica. In «Progetto di
una Psicologia », che non pubblicò mai, delineò uno schema
dettagliato per una spiegazione neurologica della infermità mentale.
Era solito affermare, nella prima fase del suo percorso scientifico, che «tutte
le nozioni psicologiche che noi andiamo via via formulando dovranno un giorno
essere basate su un substrato organico».
Comunque Freud, pur se inizialmente ancora dipendente dal modello biomedico,
ha avuto il merito di caratterizzare lo specifico della scienza dello psichico,
spostandola dalle scienze umane alle scienze naturali e di elaborare un linguaggio
specifico per il suo oggetto di ricerca. Il suo contributo fu straordinario:
scopri quasi da solo l’inconscio e la sua dinamica, fonte essenziale
del comportamento; evidenziò come la nostra consapevolezza cosciente
rappresenti metaforicamente solo la punta di un iceberg, le cui regioni
nascoste sono governate da potenti forze pulsionali; introdusse un approccio
dinamico alla psichiatria riconducendo i disturbi psichici a particolari esperienze
infantili; identificò nella libido la forza psicologica principale e
pervasiva di tutto l’organismo.
La sua adesione al paradigma dualista emerge però in modo evidente dal
suo progressivo processo di separazione dell’area dello psichico da quella
del somatico (in questo senso vietò ai suoi allievi di civettare con
l’endocrinologia e con il sistema nervoso) e, d’altra parte, dall’uso
dello schema concettuale della fisica classica nella sua descrizione dei
fenomeni psicologici.
Freud affronta la sua ricerca sulle basi dinamiche del mondo psichico restando
all’interno di una concettualizzazione ancora tributaria della fisica
classica. Ricordiamo i suoi concetti di spazio e tempo oggettivi e di oggetti
materiali separati che si muovono in tali spazi; il concetto di forza
come entità esterna alla materia; il concetto di un determinismo rigoroso
per cui ogni evento psicologico ha una causa ben definita e dà origine
ad un effetto definito e la considerazione che lo stato psicologico attuale
di un individuo sia determinato esclusivamente dalle ‘~ condizioni
iniziali» della prima infanzia (approccio genetico alle dinamiche psichiche)
lungo una catena lineare di rapporti di causa-effetto; il concetto che le forze
si presentino sempre in coppie per cui ad ogni forza attiva (pulsione) si oppone
una forza reattiva (difese), come, ad esempio, Libido e Destrudo, Eros e Thanatos;
ecc.
L’aver aderito al paradigma dualista nello studio del versante mentale
forni a Freud l’accesso alla comunità scientifica internazionale;
in questo senso egli insegnava ai suoi allievi che «gli psicoanalisti
non possono disconoscere la propria provenienza dall’ambito delle
scienze esatte né la propria appartenenza ai rappresentanti di queste..,
sono in fondo degli inguaribili meccanicisti e materialisti». Profondamente
Freud, al di là delle apparenze, credeva fermamente che gli «stessi
principi di organizzazione che avevano plasmato la natura in tutte le
sue forme fossero responsabili anche della struttura e del funzionamento della
mente umana».
A partire dalla scoperta dell’inconscio, in cui operano tutti i «materiali» che
sono stati dimenticati o rimossi o che non hanno raggiunto la consapevolezza
cosciente, Freud si impegnò nella definizione di un modello biopsicologico
da differenziare da quello biomedico. Sulla strada di una progressiva separazione
da una concettualizzazione biomedica fondata sui concetti della fisica classica,
egli parti da un modello idraulico, o meglio termodinamico, fondato sul concetto
di una liberazione esplosiva di energie accumulate che inondavano l’individuo
ed a cui andava fornita una risposta, per poi passare ad un nuovo modello
della personalità fondato su tre strutture diverse dell’apparato
psichico che chiamo ES, IO, SUPER-IO. Esse sono collocate nello spazio psicologico
che Freud considerò come sistema di riferimento: emerge la sua adesione
al paradigma dualista in quanto tali strutture psicologiche sono assimilabili
ad «oggetti» interni, situati ed estesi in tale spazio. Nelle
sue parti più profonde è situato l’ES da cui emergono
forti energie pulsionali in conflitto con un sistema ben sviluppato di meccanismi
inibenti che hanno sede nel SUPER-IO; in tale ottica l’IO costituisce
l’unità precaria ditali forze contrastanti, impegnato in una lotta
continua per l’esistenza. In questa prospettiva la psicologia freudiana è una
psicologia di conflitti. Freud disse che l’intera dinamica del vivente
si svolge sulle superfici di contatto tra regioni diverse. Su queste premesse è evidente
che tali strutture separate nello spazio psicologico possono muoversi o espandersi
solo al prezzo di un depauperamento delle altre strutture; il miglioramento
dell’IO può avvenire solo a spese dell’ES o del SUPER-IO.
Freud afferma «dove c’era l’ES deve subentrare l’IO ».
Comunque il merito di 5. Freud è quello di aver liberato le scienze
psicologiche dalle scienze mediche, fornendole il loro proprio oggetto
di riferimento; egli intuì che il corpo anatomico in qualche modo doveva
partecipare alla vita psichica, per cui introdusse il concetto di «corpo
rappresentato», la cui evidenza clinica è chiara ma non lo
sono i meccanismi di collegamento con il corpo biologico. Esso si pone come
termine dialettico al corpo biologico, con le caratteristiche di un «a
priori».
Tra corpo biologico e corpo rappresentato si genera un’area di ambiguità,
un livello fondamentale, al cui interno si generano due polarità: l’ES
e l’IO. Il corpo rappresentato costituisce il supporto indispensabile
dei funzionamento psichico e della dinamica degli affetti. Sappiamo che,
a livello biologico, si realizzano intense turbolenze chimiche, che irraggiano «pacchetti
di energia», le pulsioni appunto, che si manifestano come «tensioni
verso. . . », e sono interpretabili come un «concetto
cerniera» tra il somatico e lo psichico, un legame di natura energetica
tra vita biologica e vita psichica. Esse emergono in conseguenza del passaggio
del corpo (o di una sua parte) ad uno stato eccitato, realizzando una
relazione virtuale tra oggetto perturbante e corpo eccitato. Da tale relazione
si genera una rappresentazione che costituisce l’oggetto del lavoro propriamente
psichico.
La pulsione pertanto è conoscibile solo attraverso l’idea che
la rappresenta ed attraverso gli effetti che emergono a livello psichico come
stato affettivo. Essa si caratterizza per una spinta, una meta, un oggetto,
una fonte.
Come dice la Dolto, «la sua sorgente proviene dal corpo, è iscritta
e chiusa nel corpo, può esprimersi solo attraverso il corpo, parla nel
corpo e tramite il corpo, ma a questo livello è una entità senza
parole ».
Il processo di dispiegamento progressivo di una pulsione si realizza attraverso
queste fasi:
1) livello fondamentale: emergere della pulsione in conseguenza della
eccitazione del soma o di parte di esso;
2) livello inconscio: la pulsione orienta l’essere umano verso
una direzione, senza che esso ne sia consapevole (concetto limite tra somatico
e psichico);
3) livello subconscio: la pulsione coinvolge il corpo rappresentato
ed attiva una rappresentazione dei suoi contenuti;
4) livello preconscio: la pulsione, come rappresentazione, coinvolge
la sfera mentale, attivando la funzione simbolica ed evocando la parola che
descrive la rappresentazione;
5) livello conscio: la pulsione come concetto e simbolo distilla il
significato ed indica una direzione ed una finalità.
Il livello 1 e il livello 2 appartengono sostanzialmente al versante biologico,
per cui non sono oggetto della indagine psicoanalitica; gli altri livelli,
invece, appartengono al versante psichico e quindi entrano nella competenza
dello psicoanalista.
In tale prospettiva la rappresentazione del corpo, disegnata attraverso il
pennello delle pulsioni, non è statica, ma modulata nel tempo ed è plasmata
continuamente dalle fantasie inconsce e dai meccanismi di difesa.
È interessante, in questa prospettiva, osservare l’analogia tra
pulsione e rimedio omeopatico. Come la pulsione, inconscia alla sorgente,
diviene consapevole attraverso la rappresentazione che propone, cosi il
rimedio omeopatico, «inconscio alla sorgente », diviene «consapevole» attraverso
gli effetti prodotti nei proving, ovvero attraverso la sperimentazione
sull’uomo sano. Rimedi omeopatici e pulsioni parlano pertanto la stessa
lingua, che richiede, però, il corpo come sistema di rivelazione.
Con S. Freud anche il versante psichico acquisisce dignità di scienza;
permane il problema di come possano comunicare i due versanti, quello
biologico e quello psicologico, e quindi di fornire una spiegazione agli eventi
che si realizzano nell’area di ambiguità psiche-soma.
L’omeopatia e le nuove idee emerse nella scienza suggeriscono una prospettiva,
ovvero la possibile esistenza in tale area di un ordine preciso (uomo elettromagnetico)
che, da un lato fornisce un meccanismo intelligente al corpo (chimica intelligente),
dall’altro offre una procedura di intelligenza alla psiche, creando le
premesse per la costruzione del sistema mentale. Comprendere questo meccanismo
equivale a comprendere il ruolo delle fantasie inconsce nell’organizzazione
della rappresentazione del corpo, dell’emergere dei vari meccanismi di
difesa e del ruolo del sogno che Freud definì come «la via regia
all’inconscio».
4. La bioenergetica reichiana
A) Alcune caratteristiche generali
Nel corso della sua evoluzione scientifica, Freud, anche in conseguenza della
inadeguatezza della concettualizzazione fisico-biologica del suo tempo alla
comprensione del nuovo mondo da lui scoperto, si dedicò sempre di più alla
valorizzazione del versante umanistico della sua costruzione. Perciò egli
apri anche ai non medici, agli umanisti, agli scienziati della parola la possibilità di
essere terapeuti.
La sfida di lanciare un ponte tra corpo e psiche fu raccolta dal suo allievo
Wilhelm Reich, le cui concezioni sono d’altra parte tributarie anche
delle concezioni di Ferenczi.
Secondo la teoria reichiana la legge fondamentale dell’organismo umano è il
processo di carica e scarica di bioenergia che si traduce in un corrispondente
processo di espansione-contrazione.
Il processo di espansione-contrazione è controllato da una rete di «correnti» di
energia, di natura non ulteriormente precisata, che, quando soggettivamente
percepite, coincidono con le emozioni. Già Freud aveva inizialmente
identificato la «libido» come energia di natura imprecisata
in movimento. La soppressione delle emozioni, cioè delle «correnti»,
si traduce in un ingorgo di energia in qualche parte del corpo, cioè in
un blocco energetico. La sensazione di piacere è collegata con la fase
più propriamente espansiva del processo. Un’alterazione del processo
che lasci l’organismo in una fase di contrazione permanente, viene percepita
dal soggetto come dispiacere o, nei casi più gravi, come angoscia. Le
due fasi non possono essere isolate fra loro. Qualora l’organismo
non sia in grado di avere una scarica soddisfacente, il processo di carica
si distorce dando luogo ad ingorgo di energia e corrispondente angoscia. Le
nevrosi, e più in generale tutte le malattie costituzionali, sono
da ricondursi ad in-gorghi di energia.
Si rivela cosi la natura realmente psicosomatica delle malattie. La repressione
delle emozioni si traduce somaticamente nella soppressione di corrispondenti
correnti di bioenergia, che a loro volta comportano ingorghi di energia, i
quali, attraverso l’alterazione del processo di carica-scarica, danno
luogo a perturbazioni patologiche dell’organismo, approdando alla
fine a lesioni somatiche. Viceversa l’esistenza di lesioni somatiche
determina un impedimento al flusso di correnti di bioenergia, che viene soggettivamente
percepito come una perturbazione emotiva che approda alla fine nel sintomo
nevrotico.
L’individuo è definito nell’ambito di questa teoria come
un organismo aperto che raccoglie energia dal mondo esterno e gliela restituisce
dopo un periodo di tempo non troppo lungo. La sua buona salute è perciò strettamente
connessa con la possibilità di scambiare energia con l’ambiente;
non soltanto nel senso di prendere energia, ma anche nel senso opposto
di cedere energia. L’impossibilità di interazioni positive
fra i vari membri della specie si traduce perciò in malattia per ognuno
di essi. Si vede subito che non si può porre alla base della medicina
l’individuo isolato, il quale dipersé è un organismo
malato. Soltanto nell’ambito della specie, cioè nell’ambito
in cui si realizzano tutti gli scambi di bioenergia, è possibile definire
la buona salute; ogni ostacolo alla estrinsecazione di una vita di specie è dipersé fonte
di malattia per ognuno dei suoi membri. Perciò la bioenergetica
reichiana (si veda in particolare lo scritto «Materialismo dialettico
e psicanalisi» del 1929) non si presenta come la tecnica, oggi, in grado
di guarire. Essa oggi può soltanto aiutare gli individui malati ad attenuare
le conseguenze di una vita di specie carente, mentre l’affermazione della
specie umana come soggetto storico reale esorbita evidentemente dall’ambito
della medicina.
La bioenergia viene prodotta dall’organismo attraverso l’alimentazione
e la respirazione e, distribuita nell’organismo attraverso i fluidi fondamentali
(sangue, linfa, ecc.), alimenta il fabbisogno delle singole cellule, lasciando
però un surplus (che è specificamente la libido freudiana) che
viene investito in parte sul mondo esterno attraverso il lavoro (azione sociale,
forza produttiva e cosi via), in parte sotto forma di movimenti involontari
di tutto il corpo (questa specificamente è la sessualità).
Negli organismi semplici, come i protozoi, una grossa parte dell’energia
prodotta è consumata come motilità dell’organismo,
cioè quasi tutta la nutrizione va in sessualità. Fame e sesso
sono i termini immediatamente connessi di un unico processo. Negli organismi
superiori altamente differenziati, fame e sesso sono sempre connessi fra
di loro, ma attraverso un gran numero di mediazioni.
Il fabbisogno di elementi nutritivi per la carica energetica è avvertito
soggettivamente dall’organismo come istinto della fame (non consideriamo
un corrispondente istinto per la respirazione, dato che il fabbisogno
di aria è sempre immediatamente soddisfacibile; se vi fosse scarsità di
aria esisterebbe un corrispondente istinto della cosiddetta «fame
d’aria»). A un deficit energetico corrisponde perciò l’aver
fame. L’eccesso di energia è avvertito soggettivamente nell’organismo
come istinto sessuale, che è soddisfatto appunto attraverso la dissipazione
di energia nella scarica orgastica, cioè attraverso moti involontari
dell’organismo.
Il bilancio energetico è però tale che in natura i due termini
non sono in pareggio neppure negli organismi più semplici come
i protozoi; la capacità di produzione eccede la capacità di
consumo attraverso la sessualità. Nasce quindi la necessità di
investimenti energetici alternativi. Nel protozoo l’eccesso di energia
dà luogo alla scissione cellulare, attraverso la quale la cellula madre
ripartisce la propria energia in due o più cellule figlie, moltiplicando
cosi i centri di vibrazione.
Si apre cosi la strada agli organismi pluricellulari i quali acquistano la
capacità di compiere movimenti collettivi finalizzati, che assorbono
energia attraverso canali non immediatamente sessuali (questo meccanismo
corrisponde alla sublimazione freudiana). La costruzione di funzioni organizzate
superiori assorbe perciò porzioni crescenti di energia diminuendo
la percentuale di essa rivolta ad attività sessuale negli organismi
superiori. In questo modo i discorsi sull’austerità, impensabili
a livello di protozoi dove il sesso è tutto, diventano invece proponibili
a livello degli esseri umani.
Questa linea di tendenza spinse l’ultimo Freud a teorizzare (si veda
il libro «Il disagio della civiltà») l’esistenza di
un rapporto inverso tra civiltà e sesso, legando quest’ultimo
alle epoche barbare della storia e lo sviluppo della civiltà alla rinuncia
e perciò alla rassegnazione e perciò all’infelicità sessuale.
Sottolineiamo le basi ideologiche di questa tesi, poiché non la
necessità dello sviluppo della civiltà, ma soltanto la necessità della
conservazione di una specie umana internamente dilacerata, inseparabile
dall’esistenza di una società divisa in classi, forza la conclusione
freudiana.
L’erogazione di energia in forma sublimata (lavoro e affini) coinvolge
di solito soltanto parti del corpo, lasciando altre parti energeticamente
cariche. Si tratta di una liberazione energetica squilibrata e disarmonica,
in cui alla fine le parti cariche, con la loro esistenza, bloccano la possibilità di
ulteriori erogazioni energetiche. E noto che uno stato di eccitazione
sessuale insoddisfatta preclude, da un certo livello in su, la possibilità di
lavorare e concentrarsi, mentre non è vero l’opposto, cioè uno
stato di ozio non deprime affatto le capacità sessuali dell’organismo,
almeno a breve termine. L’attività sessuale non bloccata invece è la
sola che, coinvolgendo l’intero organismo, rende possibile una scarica
totale. Possiamo illustrare il processo in questo modo: la bioenergia tendenzialmente
circola in tutto il corpo, attivando ordinatamente tutte le funzioni dell’organismo.
L’esistenza di un blocco energetico (cioè di una zona che inghiotte
energia senza trasmetterla) distorce tutto il processo disturbando perciò anche
il movimento delle zone di per sé non bloccate. Insomma l’esistenza
di un blocco energetico nel soma disturba gravemente le funzioni lavorative,
come del resto è provato dall’esperienza quotidiana di ognuno; è vero
anche l’opposto, cioè ingorghi di energia nel cervello, prodotti
ad esempio da forti ansie o preoccupazioni, perturbano l’ordinato
svolgersi delle funzioni sessuali. In conclusione il rapporto tra civiltà e
sesso non può essere risolto in termini mutuamente esclusivi. L’attività sessuale,
come abbiamo notato a proposito dell’evoluzione dai protozoi ai metazoi,
ad un certo grado del suo sviluppo produce le funzioni lavorative, il
cui sviluppo d’altra parte si blocca e si distorce in assenza dì una
sessualità soddisfacente.
Affrontiamo questa stessa tematica della dialettica sesso-civiltà da
un punto di vista un po’ diverso, cioè sotto l’aspetto funzioni
vegetative-funzioni superiori. Lo sviluppo delle funzioni superiori non
nega t’esistenza, e anzi stimola, l’ulteriore sviluppo delle funzioni
vegetative.
Consideriamo ad esempio il processo del pensiero. La concezione meccanicistica
sostiene che il pensiero è prodotto e conservato nel cervello attraverso
l’attività delle reti neuroniche. Il rapporto con il resto del
corpo è concepito nel senso che dal corpo partono le informazioni, cioè i
dati materiali grezzi, che poi il cervello elabora, e nel corpo tornano i comandi
che prescrivono a questo oscuro servitore il da farsi. Su questa base si comprende
il disegno della scienza meccanicistica di voler costruire organi artificiali
di pensiero, mediante la simulazione delle reti neuroniche. E ben noto
il fallimento ditale disegno che giunge soltanto a costruire organismi capaci
di produrre le funzioni esecutive del pensiero, ma non quelle creative.
Nell’ambito della teoria reichiana, invece, il processo del pensiero è visto
in tutta la sua complessità, come una legge di corrispondenza tra i
moti del corpo e i moti del cervello, organo di registrazione e di percezione,
nonché vertice, ma non esclusivo produttore del pensiero. Tra cervello
e corpo esiste uno scambio reciproco; i movimenti della corteccia cerebrale
che corrispondono agli atti di pensiero derivano da corrispondenti movimenti
delle correnti vegetative del corpo, cioè l’attività del
cervello non solo dirige, ma è anche diretta dal moto della bioenergia
in tutto il corpo. Il cervello registra perciò gli impulsi spontanei
della sfera vegetativa e, associandoli in forme più complesse, li riflette
sul corpo attraverso comandi che innescano movimenti coordinati e finalizzati — dei
quali la spontanea attività vegetativa è incapace — che
a loro volta modificano e arricchiscono (oppure, come nelle nevrosi, impoveriscono
e reprimono) la spontaneità vegetativa. Questa concezione è provata
dal fatto che blocchi energetici localizzati nel soma, come nella nevrosi,
si traducono in idee fisse oppure attività cerebrale coatta, cioè funzionalmente
in una diminuzione della motilità del cervello. Spesso succede
che proprio per cancellare dal cervello idee fisse angosciose o fantasie paurose
l’organismo si corazzi, cioè blocchi parti del soma in modo che
i movimenti di questo ultimo non possano più alimentare l’attività cerebrale
angosciosa. Nella saggezza popolare si dice che «si trattiene il fiato» in
caso di paura oppure «si stringono i pugni» per reprimere
l’ira. La contrazione muscolare, attraverso la mediazione del sistema
vegetativo, induce la cancellazione dal cervello dei contenuti angosciosi:
il blocco totale o parziale del soma è il mezzo per realizzare la rimozione
freudiana. Viceversa l’allentamento delle tensioni del soma, realizzato
con opportune tecniche somatiche di tipo reichiano o con la medicina omeopatica,
attenua il blocco della motilità del cervello. Questo fatto viene soggettivamente
percepito come consapevolezza dell’esistenza del blocco. A questo
punto il cervello viene messo in grado di usare la sua forza dirigente per
mobilitare l’energia somatica verso la completa liquidazione del
blocco.
In questo quadro si comprende come la tecnica terapeutica freudiana sia capace
di rimuovere blocchi somatici, come accade nell’isterismo, mediante l’uso
di tecniche verbali, capaci di produrre in modo diretto la consapevolezza del
cervello. Questa tecnica è però utile solo in un numero limitato
di casi, quando cioè, come appunto nell’isterismo, il blocco alla
mobilità vegetativa non è molto grande e perciò il danno
arrecato al cervello non è molto profondo. Il cervello conserva
allora sostanziali capacità di iniziativa e può essere mobilitato
per la riparazione del danno a sé stesso (eliminazione del trauma nevrotico)
e del danno al soma (eliminazione della conseguenza somatica della nevrosi).
Nella maggioranza dei casi però la tecnica terapeutica freudiana fallisce,
perché il blocco energetico somatico all’origine della nevrosi è talmente
esteso che il cervello perde la capacità di reazione autonoma e non è quindi
in grado di riprendere da solo la direzione del soma; d’altra parte il
soma stesso non gli fornisce sufficienti energie allo scopo. In tal caso è necessario
prima rimuovere, almeno in parte, il blocco energetico, sia con la vegetoterapia
o con l’orgonoterapia reichiana, sia con la medicina omeopatica
o ancora con l’agopuntura cinese. In conseguenza di questo primo successo
il cervello può collaborare, nella fase finale della terapia, in modo
crescente con i successi di questa; infine può assumere la direzione
del processo di eliminazione totale del blocco energetico ed opporsi alla
sua eventuale riformazione.
Condizione preliminare dell’attività cerebrale è il sistema
vegetativo rappresentato oggettivamente dalle correnti di bioenergia del
plasma e percepito soggettivamente come sistema emotivo. Tale sistema è regolato
(come un protozoo) dalla legge della carica-scarica, che si traduce in
espansione e contrazione. Mentre nel protozoo l’intero organismo si espande
e si contrae autoregolandosi, nell’essere umano tale funzione è diretta
da sistemi specializzati: il simpatico che regola la contrazione e il
vago che regola l’espansione. L’economia dell’organismo
dipende dall’esistenza di un equilibrio dinamico fra i due sistemi. Tale
situazione apre la possibilità di crisi in presenza di squilibri permanenti
tra queste due componenti antagoniste.
Questo meccanismo di carica e scarica è il «principio del piacere».
Esso però non opera in un vuoto, ma nell’ambito del mondo esterno,
la cui influenza è il «principio di realtà ». Questi
termini non vanno visti scissi fra di loro, sia perché anche il sistema
vegetativo fa parte della realtà, sia perché il mondo esterno è influenzato
dall’azione del soggetto, sia perché il sistema vegetativo si
struttura nell’interazione con il mondo esterno; in questo senso
il principio del piacere è parte di un più generale principio
di realtà. Le esigenze del mondo esterno impongono afflussi permanenti
di energia in certe zone dell’organismo, deformando cosi il puro
ciclo «carica-scarica». Ad esempio, la necessità di combattere
uno stato ansioso determina una contrazione dei muscoli del torace e del diaframma,
che mantiene il corpo in posizione prevalentemente inspiratoria (popolarmente
si dice «trattenere il fiato »). In questo quadro il puro principio
della «carica-scarica» vale, come si è detto sopra a proposito
del sesso, soltanto per il protozoo mentre, negli esseri superiori, parte dell’energia è investita
nella costruzione di strutture permanenti, svolgenti funzioni specializzate
di interazione con l’ambiente. Queste strutture permanenti, che
il soggetto percepisce come tratti del proprio carattere — benché oggettivamente
prodotti dal soggetto — a volte si ergono contro di lui come potenze
estranee, dirigibili dal soggetto stesso con altrettanta difficoltà quanto
i fenomeni cosiddetti esterni. L’esistenza ditali strutture è percepita
solo in rare circostanze (per esempio in seguito ad una psicoterapia ben
riuscita) dal soggetto, che nella stragrande maggioranza dei casi ne è inconsapevole.
Addirittura tali strutture, svolgendo una funzione di schermo nei confronti
della realtà esterna, delimitano la capacità conoscitiva del
soggetto. Un individuo che, attraverso un irrigidimento nel proprio sistema
muscolare, abbia completamente bloccata la propria capacità di scarica,
non potrà concepire alcuna esperienza piacevole, anche se questa fosse
concretamente a sua disposizione. Analogamente uno schizofrenico — caratterizzato
dal fatto di aver spezzato la connessione tra il proprio corpo ed il proprio
cervello — percepirà qualsiasi fatto, anche se localizzato nel
suo stesso corpo, come esterno a lui; di qui la convinzione soggettiva
di aver visioni, esperienze mistiche, ecc.
Evidentemente le strutture caratteriali di un individuo sono costruite sulla
base della particolare interazione da lui avuta con il mondo esterno; dipendono
perciò dalla facilità di soddisfare i propri bisogni (in un determinato
istante) e dal tipo, direzione, intensità delle forze che lo hanno sollecitato.
Il carattere degli esseri umani dipende dal modo di produzione nel cui ambito
vivono e dalla particolare collocazione di classe che essi hanno nel dato modo
di produzione. Sarebbe possibile su questa via — anche se finora
non è stato concretamente fatto - costruire un’antropologia
che indichi, per ogni dato modo di produzione, la gamma di tipi umani
esistenti in esso all’interno delle varie classi sociali. I mutamenti
possibili nel carattere dei soggetti sono quindi limitati dai vincoli del modo
di produzione esistente, per cui cambiamenti più radicali richiedono
necessariamente mutamenti del modo stesso.
In tutte le società di tipo mercantile — culminanti nella società capitalistica —in
cui ogni individuo è in lotta economica con tutti gli altri si ha un
irrigidimento dei tratti distintivi dell’individualità per
cui è gravemente disturbata la capacità dell’io di
abbandonarsi nel tu. Ciò disturba grandemente il processo di carica-scarica
ed in conseguenza la capacità di provare piacere. Soltanto una situazione
in cui l’unico soggetto economico sia l’intera specie umana può consentire
all’individuo di vivere pienamente il meglio della sua individualità cioè il «principio
del piacere ». Nel rapporto sessuale della società mercantile
l’io non può vivere il proprio piacere perché deve difendersi
dal tu, perché ha bisogno di possedere il tu. Come dice Marx: «in
questo rapporto (sessuale) si mostra anche fino a che punto il bisogno dell’uomo è divenuto umano bisogno,
fino a che punto dunque, l’altro uomo come uomo è diventato
un bisogno per l’uomo, e fino a che punto l’uomo, nella sua esistenza,
la più individuale, è ad un tempo comunità ».
La natura interna dell’essere umano non è indipendente dal sistema
sociale, ma è da esso determinata. Il concetto di salute dipende perciò dal
particolare modo di produzione, essendo inteso come ottimizzazione delle capacità interne
dell’essere umano rispetto ai vincoli posti dal modo di produzione. Nel
modo di produzione capitalistico la salute consiste nella massimizzazione
dell’erogazione di energia in forma di lavoro, mentre non è importante
quanta energia si eroghi attraverso la scarica sessuale. Si crea quindi
un essere umano «meccanizzato », un robot — ben inteso non
di tipo unico, ma con caratteristiche diverse a seconda della classe di
appartenenza. L’ideale di salute per lui è l’assenza di
ostacoli (dolori, ansie, ecc.) che possano disturbare la capacità di
lavoro, mentre l’incapacità di vivere il proprio mondo pulsionale
non solo non è grave ma è addirittura un vantaggio nella lotta
per l’esistenza, poiché diminuisce la dipendenza dell’uomo
dall’altro uomo.
Torniamo al carattere. Esso è la forma necessaria in cui accadono i
processi vegetativi, è l’ambasciatore del principio di realtà presso
il principio del piacere e viceversa, è anzi la lotta tra i due.
Il sistema vegetativo è posseduto sia dagli animali che dalle piante
(vedi esperimenti di sensibilità delle piante, eseguiti in California
tempo fa). Gli animali sono caratterizzati dalla possibilità di
costruire un carattere, perché in essi l’energia è più plastica.
Nell’essere umano è possibile costruire funzioni superiori:
quelle dell’io. Abbiamo perciò nell’essere umano due livelli
distinti di funzioni: le funzioni vegetative e le funzioni dell’io. Queste
ultime possono funzionare soltanto se il sistema vegetativo vive; d’altra
parte il funzionamento del sistema vegetativo, una volta che l’io
si sia formato, è regolato e diretto da esso; in questo quadro l’io è essenzialmente
un sistema capace di trattenere l’erogazione di energia e di concentrarla
su particolari funzioni.
In questa visione la malattia coincide con il blocco energetico. In altre parole
l’esistenza di un blocco energetico è la condizione che determina
il danno fisico o psichico. Ogni malattia sarà in generale psicosomatica
nel senso che l’esistenza di un certo blocco energetico in una certa
parte del corpo, attraverso l’eccesso o il difetto di carica energetica
nelle zone interessate, determina un danno ai tessuti (componente somatica),
e simultaneamente con la sua presenza determina un blocco nel moto dell’energia
attraverso l’organismo, che si traduce in un’alterazione del
principio di carica e scarica (componente vegetativa). L’emergere
di questa componente vegetativa a livello dell’io costituisce l’aspetto
più propriamente psichico della malattia.
Come nasce un blocco energetico? Esso nasce in generale come difesa dell’organismo
da una minaccia esterna eccedente le sue normali capacità di difesa.
In questa condizione si verificano eccezionali afflussi di energia su funzioni
particolarmente importanti per la difesa. Ciò determina ingorghi energetici
che impediscono il normale ciclo della carica-scarica. Ad esempio, uno stato
di ansia può essere combattuto diminuendo il ritmo respiratorio (trattenere
il fiato); in tal modo l’organismo non ha sufficiente energia per
accorgersi di aver paura. Questa energia è invece trasferita come energia
potenziale alle fasce muscolari del torace, mantenute in stato permanentemente
inspiratorio.
Si determina perciò un ingorgo di energia nel torace (blocco toracico)
che costituisce sia un inghiottitoio di energia, sia una limitazione di motilità dell’intero
organismo. La funzione positiva di questo blocco è la soppressione immediata
dell’ansia, pagata però al prezzo di sintomi somatici derivanti
dalla sua esistenza (asma, disturbi di circolo, turbe cardiache, ecc.).
La soppressione di un particolare sintomo, ottenuta con mezzi farmacologici,
non sposta in misura sostanziale la dinamica dell’organismo, ma soltanto
la localizzazione dell’ingorgo. La terapia radicale consiste invece nello
scioglimento del blocco energetico e nella eliminazione delle ragioni
che lo hanno prodotto. Non sempre questo è completamento possibile,
poiché tali ragioni dipendono strettamente dal sistema di relazioni
inter-individuali esistenti, che e una conseguenza del modo di produzione.
Si può perciò comprendere l’aspetto ideologico della
medicina ufficiale, che invece attribuisce i vari sintomi all’azione — indipendente
dal modo di produzione — di particolari malefici microorganismi.
La precedente esposizione mostra l’analogia tra queste idee e quelle
su cui si fonda la medicina omeopatica. La connessione chiave è quella
tra miasma e blocco energetico. Come si è visto nel precedente capitolo
la medicina omeopatica non attacca i sintomi, ma i miasmi, cioè i
blocchi energetici. La differenza tra le due dottrine è nello strumento
operativo. La dottrina reichiana prevede tre livelli di intervento:
a) Analisi del carattere, in cui si cerca di ottenere dal paziente
con tecniche essenzialmente verbali la consapevolezza dei propri blocchi
energetici. L’analisi del carattere, benché diversa dal metodo
freudiano, si pone però sul suo stesso terreno.
b) Vegetoterapia, in cui si cerca di ottenere sia la consapevolezza
che l’effettiva eliminazione dei blocchi energetici attraverso opportuni
esercizi fisici che sovraccarichino i muscoli bloccati fino a provocare la
rottura del blocco.
c) Orgono-terapia, in cui si cerca di intervenire direttamente sui
livelli bioenergetici
dell’organismo mediante la captazione dall’esterno
di una particolare forma di energia,
detta «orgone ». Torneremo in seguito su questo
punto.
La medicina omeopatica invece rimuove i blocchi energetici attraverso un’azione
farmacologica e sottolineiamo:
1) L’identità della concezione biologica sottostante le due tecniche
terapeutiche.
2) L’identità delle rispettive strategie terapeutiche che in entrambi
i casi consistono nella rimozione dei blocchi energetici.
Le due tecniche terapeutiche differiscono invece negli strumenti operativi
adoperati. Entrambe le teorie sono in linea di principio complete in sé,
per cui non hanno strettamente bisogno l’una dell’altra. Nella
pratica si osserverà caso per caso, a seconda della specifica localizzazione
ed intensità dei blocchi energetici, quale delle due terapie o
quale combinazione delle due sia la più efficace.
B) Tipologia umana e connessione con i miasmi di Hahnemann
La teoria bioenergetica, essendo una teoria dinamica, consente una descrizione
dei vari tipi umani non sulla base della considerazione di caratteristiche
morfologiche statiche ma sulla base dell’andamento del processo di carica-scarica
nell’individuo dato e degli ostacoli che esso incontra. Questo consente
di poter formulare, per un individuo dato, previsioni sulle sue potenzialità evolutive,
mentre sul piano clinico consente la formulazione di una strategia terapeutica
di lungo periodo.
La sfera pulsionale si sviluppa negli individui secondo una precisa legge storica
di evoluzione. Le tappe di questo sviluppo sono segnate dall’attivazione
energetica degli sfinteri dei tre grandi orifizi (orale, anale e genitale).
Il primo gruppo di pulsioni che si attiva è quello a localizzazione
orale. L’attivazione avviene simultaneamente al periodo di crescita
e di sviluppo iniziale dell’individuo e corrisponde al periodo di
formazione dell’io. In questa fase della vita, come nel protozoo,
l’istinto della fame e quello del sesso sono soddisfatti con un unico
atto.
La tappa successiva è legata alla fase anale con il controllo del relativo
sfintere che induce nell’individuo l’attitudine a controllare
e variare i cicli naturali. Le pulsioni anali si accompagnano a notevoli quote
di aggressività (legate al differimento della soddisfazione della pulsione)
che si scaricano sul mondo esterno e raggiungono la massima espansione nella
fase uretrale.
Infine tutte le pulsioni si integrano nel primato della genitalità al
momento dell’attivazione della fase genitale.
Nello sviluppo storico completo dei vari individui è possibile che vi
sia un arresto prima della fase genitale, oppure si possono avere, sotto
la spinta delle avverse condizioni esterne, arretramenti verso fasi primitive
dell’evoluzione. A seconda della fase in cui il soggetto si attesta avremo
perciò il tipo orale, il tipo anale o il tipo uretrale con tutte le
varianti connesse con le modalità particolari della fissazione. L’esame
particolarizzato di queste fasi sarà fatto nell’ottavo capitolo,
anche alla luce delle considerazioni biofisiche che svolgeremo più avanti.
Vogliamo soltanto qui sottolineare la convergenza tra la tipologia bioenergetica
fondata sul concetto di blocco e la tipologia omeopatica fondata sul concetto
di miasma.
La fissazione nella fase orale lascia il soggetto (oppure ve lo riporta) nelle
condizioni bioenergetiche dell’infante. Il cibo e l’affetto debbono
essere dati al bimbo senza chiedere niente in cambio; il contatto con il seno
materno fornisce simultaneamente nutrimento o soddisfazione erotica. L’adulto
con fissazione orale è perciò un egocentrico dipendente.
Il bimbo non può regolare i propri ritmi naturali; l’adulto con
fissazione orale sarà caratterizzato da una notevole fragilità nei
confronti del mondo esterno con particolari debolezze negli apparati intestinale
e respiratorio. Il contatto corporeo è fondamentale nel bambino, l’adulto
con fissazione orale è caratterizzato da un ruolo essenziale della
sua pelle. L’angoscia esistenziale nell’adulto corrisponde al senso
di incertezza del bimbo rispetto al mondo. Si può perciò osservare
una notevole corrispondenza fra le caratteristiche del tipo orale e quelle
dell’individuo colpito dal miasma della psora. Il tipo orale, cosi
come lo psorico, è caratterizzato da un basso livello di attività bioenergetica
che si concentra essenzialmente nei suoi organi di relazione (in particolare
quelli che prendono) attraverso i quali egli cerca di prendere il più possibile
dal mondo esterno. Nella dialettica famesesso, il secondo istinto è subalterno
al primo di cui si pone al servizio: questo è reso possibile proprio
dalla localizzazione orale della richiesta di piacere. Infatti gli altri
sfinteri sono energeticamente scarichi e non pongono perciò domande
all’organismo.
Quando si passa invece al tipo anale ci si imbatte in differenti caratteristiche.
Il bambino nella fase anale è alle prese con i suoi problemi di produzione;
egli può regolare in una certa misura le sue sensazioni di piacere ed
i ritmi naturali sottostanti, acquista la capacità di differire il momento
della soddisfazione e nello stesso tempo sperimenta la rabbia che tale differimento
comporta, imparando a controllarla. Mentre il bambino in fase orale manifesta
subito con il pianto e l’implorazione il suo bisogno di soddisfazione,
il bimbo in fase anale comincia a sperimentare la rabbia determinata e la protesta
programmata. Mentre la pulsione orale è in ultima analisi connessa con
l’istinto della fame e quindi con una richiesta di forza rivolta all’esterno,
la pulsione anale deriva da energia accumulata di cui si trattiene la scarica.
L’adulto con una fissazione anale è perciò caratterizzato
da accumulo di energia nei suoi organi interni a danno degli organi di relazione,
da desiderio di conservare, trattenere, possedere, dalla tendenza a cercare
soddisfazione in sé stesso e nelle sue acquisizioni, da aggressività protratta
che talvolta si trasforma in adesione ostinata a leggi, regole ed istituzioni.
In casi estremi questa aggressività arriva fino all’apparizione
di tendenze distruttive (sadismo). Sul piano somatico le massime potenzialità patologiche
sono le malattie cardio-circolatorie (infarti, ipertensione, ictus, ecc.)
e tutte le malattie da iperproduzione (cancro, ipertrofie di ogni genere,
ecc.). La somiglianza della fissazione anale con il miasma sicotico è evidente.
Vogliamo ricordare ancora una volta che ci stiamo limitando alle caratteristiche
generalissime di questi tipi, in cui sono presenti un gran numero di possibili
varianti a seconda delle modalità individuali in cui la fissazione si è determinata.
Perciò tra i tipi anali avremo quelli in cui la pulsione incontra ostacoli
alla sua soddisfazione e che quindi esaltano le caratteristiche di odio, di
aggressività,di rabbia moralistica; il sicotico puro corrisponde
appunto a questo tipo. Questo tipo sposta il suo piacere dalla soddisfazione
della pulsione al divieto della sua soddisfazione, non solo per sé,
ma anche per gli altri («mal comune, mezzo gaudio »).
In un altro tipo anale, la specifica funzione può essere soddisfatta
senza però che si arrivi al primato della genitalità. Si usa
in questo caso il termine di fase uretrale, nel senso che in questo caso la
bioenergia arriva a lambire l’orifizio genitale, senza però investirlo.
In tal caso il soggetto esercita un’azione sul mondo esterno rivolta
al piacere, ma in forma distorta, debole, incapace di raggiungere i propri
scopi. Sul piano psicologico l’aggressività si manifesta, piuttosto
che come odio, come invidia, gelosia, come fluttuazioni di umore che vanno
dall’euforia alla depressione. Il soggetto trova piuttosto soddisfazione
nelle proprie individuali manie di grandezza che non nell’adesione ad
una istituzione esterna onnipotente: prevale il narcisismo e la megalomania.
L'esistenza della pulsione amorosa, unita alla incapacità di soddisfarla,
determina l’esistenza di forti tendenze alla relazione con gli altri,
mescolate però al desiderio di ferire, pungere, calpestare. Sul piano
somatico l’individuo con fissazione anale-uretrale è caratterizzato
da malattie a forte tasso di distruttività; demenza senile, arteriosclerosi,
ulcere, ecc. La connessione di questo tipo con il tipo anale puro può dare
luogo a fenomeni somatici «misti» come produzione di gomme ulcerate,
di cirrosi in cui l’ipertrofia dell’anale puro si somma alla tendenza
distruttiva dell’uretrale, di sclerosi varie. Anche in questo caso possiamo
istituire una corrispondenza con un miasma di Hahnemann: il miasma luesinico.
Infine il tipo pienamente caratterizzato dal primato delle genitalità (creatura
molto rara nell’ambito del presente tipo di società), può essere
posto in corrispondenza con il tipo omeopatico sulfurico, introdotto da
Bernard, cioè con l’individuo caratterizzato da un perfetto equilibrio
delle varie funzioni. In questo tipo le pulsioni pre-genitali esistono,
ma, a differenza dei tipi con fissazioni in esse, possono essere sia soddisfatte
sia sublimate.
L’esistenza di queste corrispondenze tra le classificazioni della bioenergetica
reichiana e quelle della medicina omeopatica mostrano che il quadro più naturale
per l’omeopatia è proprio un quadro dinamico in cui le varie tipologie
non vanno considerate in senso statico-descrittivo ma corrispondono alle varie
tappe di uno sviluppo possibile e sono connesse tra di loro da relazioni che
determinano i possibili esiti dell’intervento terapeutico sui vari malati.
Una tendenza che riduca perciò i concetti hahnemaniani ad un puro elenco
di tipi statici distruggerebbe proprio la potenzialità maggiore della
dottrina omeopatica.
Torneremo sull’argomento in modo molto più dettagliato nell’ottavo
capitolo dopo aver discusso un possibile fondamento biofisico di entrambe
queste dottrine.
C) L’orgone
Reich compendiò le sue concezioni biologiche con l’introduzione
del concetto di «orgone».Questo concetto è la parte
della sua opera comunemente più criticata dei suoi avversari e passata
sotto silenzio dai sostenitori più timidi. Si può dire che l’orgone
sia per Reich quello che i miasmi sono per Hahnemann, cioè un modo
misterioso ed immaturo di esprimere una verità profonda non ancora raggiunta
dalla scienza ufficiale. Reich considera il fenomeno come un caso particolare
di un fenomeno molto più generale: l’energia orgonica cosmica.
Questa energia pervade tutto l’universo dando luogo ad una varietà di
fenomeni; può essere accumulata all’interno di vescicole (i bioni)
e raggiunge le sue manifestazioni più significative nell’essere
vivente. La bioenergia di cui si parla nei precedenti paragrafi non sarebbe
altro che energia orgonica.
L’introduzione di questo concetto universale permette a Reich di affermare
la possibilità della produzione spontanea di materia vivente, rifiutando
la conclusione opposta («omne vivum e vivo »), fondata sugli
esperimenti di Pasteur.
E evidente che questa possibilità deve essere ammessa da chiunque non
voglia sostenere l’ipotesi della creazione degli esseri viventi.
Reich produsse una serie di esperimenti a conferma dell’esistenza dell’orgone
e costruì anche sistemi (i cosiddetti accumulatori orgonici) capaci
di accumulare energia orgonica con cui rifornire soggetti malati e perciò,
secondo Reich, depauperati di orgone.
L’accumulatore orgonico è essenzialmente costituito da una cavità la
cui parete è formata da strati alterni di materia organica e di
metallo,con lo strato più esterno costituito dalla prima e lo strato
più interno costituito dal secondo. L’esperienza clinica
reichiana dimostra che si ottengono sensibili miglioramenti nello stato di
un paziente fatto permanere per un certo tempo in questa cavità.
La presenza universale dell’orgone permette di connettere il livello
di esistenza di un dato organismo individuale con l’intero universo
(ciò che Reich chiama superimposizione cosmica). Si comprende facilmente,
sulla base della semplice esposizione di questa concezione reichiana, come
essa dovesse essere aspramente combattuta dalla cultura scientifica. Essa
infatti mise al bando l’orgone ed il suo inventore, mandando l’accumulatore
orgonico in un museo dedicato alla illustrazione delle truffe scientifiche
ed il suo inventore in un carcere federale degli Stati Uniti dove morì nel
novembre del 1957.
È certamente singolare vedere una civiltà «razionalistica» e «scientifica»,
fondata sull’asserita assenza di dogmi, comportarsi fenomenicamente allo
stesso modo della tanto vituperata inquisizione del buon tempo antico e vedere
gli scienziati ufficiali trattare le esperienze cliniche reichiane nello stesso
modo con cui Simplicio trattava il cannocchiale di Galileo: cioè con
il rifiuto di vedere. Certamente, come accadde per Hahnemann con il suo miasma,
anche Reich dette un’interpretazione teorica carente a fenomeni reali.
Questa carenza può essere vista in particolare nella contraddizione
che sorge tra la considerazione della malattia come ingorgo di bioenergia
e la sua simultanea considerazione come dovuta a mancanza di orgone. Se
nell’organismo c’è un eccesso di energia inutilizzata, perché dargliene
ancora? Si potrebbe rispondere che l’energia orgonica è energia
capace comunque di essere utilizzata, ma si entrerebbe allora in contraddizione
con il fatto che l’organismo curato può ancora ammalarsi.
Questo tipo di contraddizione sembra analogo a quello incontrato alla fine
del ‘700 dai fisici quando consideravano il calore come una quantità intrinseca
e non invece come un modo di scambiare energia.
L’origine della contraddizione risiede nella considerazione dell’orgone
come una forma di energia, laddove invece esso dovrebbe indicare qualcosa
di più complesso. Vedremo nel prossimo capitolo come questo problema
possa essere posto, ma in ogni caso, nella concezione reichiana dell’orgone
si possono indicare i seguenti punti positivi:
1) L’esistenza della vita dipende da un transito di energia attraverso
il sistema che deve vivere.
2) Non ogni forma di energia esterna è adatta allo scopo di stimolare
la vita, ma essa deve presentarsi in un certo modo qualitativamente adeguato.
3) Oggetti come l’accumulatore orgonico debbono in qualche modo svolgere
una funzione di organizzazione dell’energia esterna all’organismo
in un modo accettabile per esso.