© Mens Sana in Corpore Sano (www.mscs.it)

La psicodinamica del profondo e l'essere vivente

di Emilio Del Giudice

Tratto da: Omeopatia e Bioenergetica di Nicola Del Giudice ed Emilio Del Giudice

1. Premessa
L’essere vivente è un insieme di molecole, ma è anche Giovannino o Concettina. Finora non abbiamo acquisito la legge attraverso cui un dato insieme di molecole si organizza in modo da costruire Giovannino, mentre un insieme sostanzialmente analogo di molecole si organizza in Concettina. Questo perché la fisica non ha fatto ancora grandi progressi sulla strada della comprensione dei meccanismi di organizzazione collettiva di un insieme numeroso e denso di molecole. Nel capitolo 6 esporremo quello che si è fatto su questa strada anche alla luce di sviluppi recenti molto promettenti.
Nell’ultimo mezzo secolo il comportamento dell’insieme organizzato delle molecole, cioè di Giovannino e di Concettina, è stato però analizzato sulla base di uno sviluppo scientifico per ora non riconducibile alla fisica degli atomi, ma ciononostante capace di produrre conoscenza: la psicodinamica del profondo, inaugurata da S. Freud e proseguita, dopo di lui, da un ricco e variegato insieme di correnti (Jung, Reich, Ferenczi, Groddeck, Adler ecc.). In questo capitolo 5 riassumeremo, senza alcuna pretesa di completezza, quelle acquisizioni di questa importante corrente di pensiero scientifico, che riteniamo più rilevanti per una prospettiva di conoscenza integrata dell’intero essere umano.

2. La tradizione scientifica del dualismo
Come abbiamo visto nei cap. 3 e 4, la medicina omeopatica stabilisce un ponte, sia pure sulla base dell’empiria macroscopica, tra mondo del soma e mondo della psiche. Nella tradizione scientifica più generale, però, questi due mondi sono stati l’oggetto di elaborazioni scientifiche separate e talora contrapposte, in cui ognuna delle due considerava il mondo dell’altra come mero epifenomeno.
Nell’approccio medico-biologico l’essere umano appare come un aggregato di molecole, a loro volta aggregantesi in organelli, cellule, tessuti, organi e apparati. L’intervento su questa struttura — il soma — è possibile solo attraverso agenti fisici e chimici — molecole o campi di forze — operanti in modo locale e specifico. Nelle concezioni più estreme della biologia molecolare, ogni accadimento del vivente è ricondotto a quella centrale di comando, che è il DNA, per cui ogni caratteristica o modalità di quell’essere dato — dall’intelligenza all’impressionabilità, dalla facilità a contrarre definite malattie alla passione per il fumo è ricondotto alla presenza di specifici geni, eventualmente modificabili con interventi biochimici (questo è il programma dell’ingegneria genetica); il lettore ingenuo potrebbe chiedersi cosa facesse negli individui europei il gene governante la passione per il fumo prima della scoperta della pianta del tabacco; creato evidentemente da una «mente» lungimirante, attendeva, ancora inoperoso ma smanioso di agire, il momento in cui, sotto la spinta dei suoi colleghi geni preposti alla curiosità e all’avventura, l’essere umano da lui codiretto avrebbe scoperto la pianta incriminata. L’ingegneria genetica condivide perciò con la teologia la credenza in un piano provvidenziale, scritto in una bibbia i cui caratteri sono le molecole degli acidi nucleici.

Questo stesso essere umano organizzato molecolarmente è tuttavia l’oggetto dì studio di un’altra tradizione scientifica, la psicodinamica del profondo, inaugurata un secolo fa da Sigmund Freud. Nell’ambito di questa tradizione, la materia prima grezza non sono più le molecole, ma le pulsioni, cioè le spinte energetiche, ancora prive di finalità specifica, provenienti dal mondo oscuro del soma. Per la tradizione freudiana, questo livello, che si può immaginare essere il punto di arrivo dell’organizzazione intermolecolare del soma, appare come indeterminato nella sua legge di formazione; esso è la “cosa”, l’ “Id”, o “Es”, come lo chiamò Groddeck. Dalle spinte dell’Es emergono i successivi livelli gerarchici dell’organizzazione della psiche, dall’inconscio fino alla coscienza.
Le due costruzioni concettuali, quella biologica e quella psico-dinamica, appaiono totalmente diverse, eppure riguardano lo stesso soggetto, le cui sofferenze sono descritte nei due casi in modo totalmente diverso; in uno come conseguenza di deviazioni nei processi molecolari che determinano il comportamento dell’edificio somatico, nell’altro come conseguenza dello scontro incessante tra le pulsioni emergenti dall’Es e l’apparato psichico deputato a incanalarle verso un soddisfacimento sostenibile.
Il punto chiave della dialettica di questi due approcci appare la comprensione dell’area oscura in cui approda l’uomo biologico e da cui parte l’uomo psichico, cioè l’Es. La biologia convenzionale appare totalmente inadeguata a questa impresa, mentre invece questa prospettiva, come discuteremo nel cap. 6, appare più abbordabile perle concezioni ancorate al concetto di coerenza. Nel seguito di questo capitolo discuteremo la portata, per la costruzione di una visione unitaria del vivente, della rivoluzione concettuale iniziata da Freud e proseguita da molti altri, nonché i tentativi pionieristici, sviluppati all’interno di questa tradizione principalmente da W. Reich, di ancorare la psiche al soma.
Bisogna però osservare che la rigidità della separazione tra i due mondi, somatico e psichico, è stata difesa non solo dall’ambiente biomedico, sedicente scientifico, ma anche dall’ambiente psicoterapeutico, che ha spesso preferito l’ancoraggio all’approccio umanistico fondato sulla parola. Le incursioni in un versante o nell’altro da parte di ricercatori incuriositi dagli eventi che si sviluppano sull’interfaccia psiche-soma sono pagate con la scomunica da parte delle rispettive comunità di appartenenza e la conseguente delegittimazione; si veda il rifiuto della psicoanalisi da parte dei biologi molecolari e degli psichiatri farmacologici oppure il rifiuto di Reich da parte dei freudiani. Le due concezioni si arroccano perciò su due diverse immagini del corpo, il corpo anatomico fatto di molecole da un lato, il corpo rappresentato fatto di emozioni dall’altro.
In questa prospettiva si colloca la sfida epistemica dell’omeopatia che mette in crisi la logica di separazione dell’universo cartesiano con il suo programma di integrazione dei vari livelli dell’umano. Per raggiungere questo risultato però entrambe le concezioni scientifiche richiedono una profonda ristrutturazione interna. Sigmund Freud ne era perfettamente consapevole quando liberò la psicoanalisi da ogni dipendenza dal modello biomedico, incapace in questa fase di sviluppo di fornire una base biologica al corpo rappresentato.
La relazione tra mentale e biologico richiede però che il corpo anatomico in una qualche maniera debba partecipare alla vita psichica sulla base di un linguaggio ad esso idoneo e coerente: il corpo rappresentato risponde appunto a questa esigenza. In tal modo la psiche recupera una propria identità, proponendosi come un’invenzione della natura, attraverso cui l’uomo può rappresentarsi gli eventi, ivi compreso quelli in cui è coinvolto, acquisendone coscienza e consapevolezza, migliorando conseguentemente il proprio potenziale adattati-vo e massimizzando la propria capacità di sopravvivenza. Non solo; emerge una nuova realtà, il mondo emotivo con una propria identità ed un proprio specifico linguaggio.
Precedentemente emozioni e funzioni somatiche erano descritte sulla base di un unico linguaggio: ricordiamo, ad esempio, come Saffo vive e trasmette alla sua amante il proprio stato emotivo: «o mia Afrodite, non forzare il mio animo (Thymos) con affanni e con dolore! Mentre turni parli e ridi amorosamente, a me il cuore (Kardias) si agita nel petto solo che appena ti vede, e la voce si perde sulla lingua inerte mentre un fuoco sottile affiora rapido alla pelle e ho buio negli occhi e il rombo di sangue nelle orecchie...
Oggi le emozioni di amore e di gelosia vissute da Saffo non si esprimono più attraverso il linguaggio caratteristico della fisiologia e della biologia, ma attraverso un proprio e specifico linguaggio, capace di comunicare emozioni e vissuti senza la necessità del coinvolgimento del somatico. Tale nuovo linguaggio ha prodotto il mentale, differenziandolo dal biologico, anche se emerge dal concreto del corporeo e con il mentale ha definito l’identità del campo della rappresentazione e dei concetti.
L’introduzione del concetto di corpo rappresentato ha consentito lo sviluppo e la crescita di questa nuova scienza e la definizione di un nuovo modello, quello biopsicologico, idoneo a liberare la dimensione psichica dalla dipendenza finora paralizzante dal modello biomedico.

3. L’universo di Sigmund Freud
Come la biologia e la medicina, anche la scienza della psicologia è stata piamata dal paradigma dualista.
In questo contesto S. Freud ha avuto il merito di formalizzare una scienza dello psichico, nell’ambito del paradigma dominante, cercando uno statuto epistemologico preciso ed uno specifico linguaggio.
Fino ad allora lo studio dell’oggetto psichico era strettamente connesso al modello medico e Freud propose un modello positivo indipendente da esso e fondato sulla ricerca dileggi causali e dei meccanismi psichici, in qualche modo autonomi e indipendenti dalla base biologica.
Freud aveva una formazione neurologica e la sua prospettiva era una spiegazione dei problemi psichici nei termini della neurochimica. In «Progetto di una Psicologia », che non pubblicò mai, delineò uno schema dettagliato per una spiegazione neurologica della infermità mentale. Era solito affermare, nella prima fase del suo percorso scientifico, che «tutte le nozioni psicologiche che noi andiamo via via formulando dovranno un giorno essere basate su un substrato organico».
Comunque Freud, pur se inizialmente ancora dipendente dal modello biomedico, ha avuto il merito di caratterizzare lo specifico della scienza dello psichico, spostandola dalle scienze umane alle scienze naturali e di elaborare un linguaggio specifico per il suo oggetto di ricerca. Il suo contributo fu straordinario: scopri quasi da solo l’inconscio e la sua dinamica, fonte essenziale del comportamento; evidenziò come la nostra consapevolezza cosciente rappresenti metaforicamente solo la punta di un iceberg, le cui regioni nascoste sono governate da potenti forze pulsionali; introdusse un approccio dinamico alla psichiatria riconducendo i disturbi psichici a particolari esperienze infantili; identificò nella libido la forza psicologica principale e pervasiva di tutto l’organismo.
La sua adesione al paradigma dualista emerge però in modo evidente dal suo progressivo processo di separazione dell’area dello psichico da quella del somatico (in questo senso vietò ai suoi allievi di civettare con l’endocrinologia e con il sistema nervoso) e, d’altra parte, dall’uso dello schema concettuale della fisica classica nella sua descrizione dei fenomeni psicologici.
Freud affronta la sua ricerca sulle basi dinamiche del mondo psichico restando all’interno di una concettualizzazione ancora tributaria della fisica classica. Ricordiamo i suoi concetti di spazio e tempo oggettivi e di oggetti materiali separati che si muovono in tali spazi; il concetto di forza come entità esterna alla materia; il concetto di un determinismo rigoroso per cui ogni evento psicologico ha una causa ben definita e dà origine ad un effetto definito e la considerazione che lo stato psicologico attuale di un individuo sia determinato esclusivamente dalle ‘~ condizioni iniziali» della prima infanzia (approccio genetico alle dinamiche psichiche) lungo una catena lineare di rapporti di causa-effetto; il concetto che le forze si presentino sempre in coppie per cui ad ogni forza attiva (pulsione) si oppone una forza reattiva (difese), come, ad esempio, Libido e Destrudo, Eros e Thanatos; ecc.
L’aver aderito al paradigma dualista nello studio del versante mentale forni a Freud l’accesso alla comunità scientifica internazionale; in questo senso egli insegnava ai suoi allievi che «gli psicoanalisti non possono disconoscere la propria provenienza dall’ambito delle scienze esatte né la propria appartenenza ai rappresentanti di queste.., sono in fondo degli inguaribili meccanicisti e materialisti». Profondamente Freud, al di là delle apparenze, credeva fermamente che gli «stessi principi di organizzazione che avevano plasmato la natura in tutte le sue forme fossero responsabili anche della struttura e del funzionamento della mente umana».
A partire dalla scoperta dell’inconscio, in cui operano tutti i «materiali» che sono stati dimenticati o rimossi o che non hanno raggiunto la consapevolezza cosciente, Freud si impegnò nella definizione di un modello biopsicologico da differenziare da quello biomedico. Sulla strada di una progressiva separazione da una concettualizzazione biomedica fondata sui concetti della fisica classica, egli parti da un modello idraulico, o meglio termodinamico, fondato sul concetto di una liberazione esplosiva di energie accumulate che inondavano l’individuo ed a cui andava fornita una risposta, per poi passare ad un nuovo modello della personalità fondato su tre strutture diverse dell’apparato psichico che chiamo ES, IO, SUPER-IO. Esse sono collocate nello spazio psicologico che Freud considerò come sistema di riferimento: emerge la sua adesione al paradigma dualista in quanto tali strutture psicologiche sono assimilabili ad «oggetti» interni, situati ed estesi in tale spazio. Nelle sue parti più profonde è situato l’ES da cui emergono forti energie pulsionali in conflitto con un sistema ben sviluppato di meccanismi inibenti che hanno sede nel SUPER-IO; in tale ottica l’IO costituisce l’unità precaria ditali forze contrastanti, impegnato in una lotta continua per l’esistenza. In questa prospettiva la psicologia freudiana è una psicologia di conflitti. Freud disse che l’intera dinamica del vivente si svolge sulle superfici di contatto tra regioni diverse. Su queste premesse è evidente che tali strutture separate nello spazio psicologico possono muoversi o espandersi solo al prezzo di un depauperamento delle altre strutture; il miglioramento dell’IO può avvenire solo a spese dell’ES o del SUPER-IO. Freud afferma «dove c’era l’ES deve subentrare l’IO ».
Comunque il merito di 5. Freud è quello di aver liberato le scienze psicologiche dalle scienze mediche, fornendole il loro proprio oggetto di riferimento; egli intuì che il corpo anatomico in qualche modo doveva partecipare alla vita psichica, per cui introdusse il concetto di «corpo rappresentato», la cui evidenza clinica è chiara ma non lo sono i meccanismi di collegamento con il corpo biologico. Esso si pone come termine dialettico al corpo biologico, con le caratteristiche di un «a priori».
Tra corpo biologico e corpo rappresentato si genera un’area di ambiguità, un livello fondamentale, al cui interno si generano due polarità: l’ES e l’IO. Il corpo rappresentato costituisce il supporto indispensabile dei funzionamento psichico e della dinamica degli affetti. Sappiamo che, a livello biologico, si realizzano intense turbolenze chimiche, che irraggiano «pacchetti di energia», le pulsioni appunto, che si manifestano come «tensioni verso. . . », e sono interpretabili come un «concetto cerniera» tra il somatico e lo psichico, un legame di natura energetica tra vita biologica e vita psichica. Esse emergono in conseguenza del passaggio del corpo (o di una sua parte) ad uno stato eccitato, realizzando una relazione virtuale tra oggetto perturbante e corpo eccitato. Da tale relazione si genera una rappresentazione che costituisce l’oggetto del lavoro propriamente psichico.
La pulsione pertanto è conoscibile solo attraverso l’idea che la rappresenta ed attraverso gli effetti che emergono a livello psichico come stato affettivo. Essa si caratterizza per una spinta, una meta, un oggetto, una fonte.
Come dice la Dolto, «la sua sorgente proviene dal corpo, è iscritta e chiusa nel corpo, può esprimersi solo attraverso il corpo, parla nel corpo e tramite il corpo, ma a questo livello è una entità senza parole ».
Il processo di dispiegamento progressivo di una pulsione si realizza attraverso queste fasi:
1) livello fondamentale: emergere della pulsione in conseguenza della eccitazione del soma o di parte di esso;
2) livello inconscio: la pulsione orienta l’essere umano verso una direzione, senza che esso ne sia consapevole (concetto limite tra somatico e psichico);
3) livello subconscio: la pulsione coinvolge il corpo rappresentato ed attiva una rappresentazione dei suoi contenuti;
4) livello preconscio: la pulsione, come rappresentazione, coinvolge la sfera mentale, attivando la funzione simbolica ed evocando la parola che descrive la rappresentazione;
5) livello conscio: la pulsione come concetto e simbolo distilla il significato ed indica una direzione ed una finalità.
Il livello 1 e il livello 2 appartengono sostanzialmente al versante biologico, per cui non sono oggetto della indagine psicoanalitica; gli altri livelli, invece, appartengono al versante psichico e quindi entrano nella competenza dello psicoanalista.
In tale prospettiva la rappresentazione del corpo, disegnata attraverso il pennello delle pulsioni, non è statica, ma modulata nel tempo ed è plasmata continuamente dalle fantasie inconsce e dai meccanismi di difesa.
È interessante, in questa prospettiva, osservare l’analogia tra pulsione e rimedio omeopatico. Come la pulsione, inconscia alla sorgente, diviene consapevole attraverso la rappresentazione che propone, cosi il rimedio omeopatico, «inconscio alla sorgente », diviene «consapevole» attraverso gli effetti prodotti nei proving, ovvero attraverso la sperimentazione sull’uomo sano. Rimedi omeopatici e pulsioni parlano pertanto la stessa lingua, che richiede, però, il corpo come sistema di rivelazione.
Con S. Freud anche il versante psichico acquisisce dignità di scienza; permane il problema di come possano comunicare i due versanti, quello biologico e quello psicologico, e quindi di fornire una spiegazione agli eventi che si realizzano nell’area di ambiguità psiche-soma.
L’omeopatia e le nuove idee emerse nella scienza suggeriscono una prospettiva, ovvero la possibile esistenza in tale area di un ordine preciso (uomo elettromagnetico) che, da un lato fornisce un meccanismo intelligente al corpo (chimica intelligente), dall’altro offre una procedura di intelligenza alla psiche, creando le premesse per la costruzione del sistema mentale. Comprendere questo meccanismo equivale a comprendere il ruolo delle fantasie inconsce nell’organizzazione della rappresentazione del corpo, dell’emergere dei vari meccanismi di difesa e del ruolo del sogno che Freud definì come «la via regia all’inconscio».

4. La bioenergetica reichiana
A) Alcune caratteristiche generali
Nel corso della sua evoluzione scientifica, Freud, anche in conseguenza della inadeguatezza della concettualizzazione fisico-biologica del suo tempo alla comprensione del nuovo mondo da lui scoperto, si dedicò sempre di più alla valorizzazione del versante umanistico della sua costruzione. Perciò egli apri anche ai non medici, agli umanisti, agli scienziati della parola la possibilità di essere terapeuti.
La sfida di lanciare un ponte tra corpo e psiche fu raccolta dal suo allievo Wilhelm Reich, le cui concezioni sono d’altra parte tributarie anche delle concezioni di Ferenczi.
Secondo la teoria reichiana la legge fondamentale dell’organismo umano è il processo di carica e scarica di bioenergia che si traduce in un corrispondente processo di espansione-contrazione.
Il processo di espansione-contrazione è controllato da una rete di «correnti» di energia, di natura non ulteriormente precisata, che, quando soggettivamente percepite, coincidono con le emozioni. Già Freud aveva inizialmente identificato la «libido» come energia di natura imprecisata in movimento. La soppressione delle emozioni, cioè delle «correnti», si traduce in un ingorgo di energia in qualche parte del corpo, cioè in un blocco energetico. La sensazione di piacere è collegata con la fase più propriamente espansiva del processo. Un’alterazione del processo che lasci l’organismo in una fase di contrazione permanente, viene percepita dal soggetto come dispiacere o, nei casi più gravi, come angoscia. Le due fasi non possono essere isolate fra loro. Qualora l’organismo non sia in grado di avere una scarica soddisfacente, il processo di carica si distorce dando luogo ad ingorgo di energia e corrispondente angoscia. Le nevrosi, e più in generale tutte le malattie costituzionali, sono da ricondursi ad in-gorghi di energia.
Si rivela cosi la natura realmente psicosomatica delle malattie. La repressione delle emozioni si traduce somaticamente nella soppressione di corrispondenti correnti di bioenergia, che a loro volta comportano ingorghi di energia, i quali, attraverso l’alterazione del processo di carica-scarica, danno luogo a perturbazioni patologiche dell’organismo, approdando alla fine a lesioni somatiche. Viceversa l’esistenza di lesioni somatiche determina un impedimento al flusso di correnti di bioenergia, che viene soggettivamente percepito come una perturbazione emotiva che approda alla fine nel sintomo nevrotico.
L’individuo è definito nell’ambito di questa teoria come un organismo aperto che raccoglie energia dal mondo esterno e gliela restituisce dopo un periodo di tempo non troppo lungo. La sua buona salute è perciò strettamente connessa con la possibilità di scambiare energia con l’ambiente; non soltanto nel senso di prendere energia, ma anche nel senso opposto di cedere energia. L’impossibilità di interazioni positive fra i vari membri della specie si traduce perciò in malattia per ognuno di essi. Si vede subito che non si può porre alla base della medicina l’individuo isolato, il quale dipersé è un organismo malato. Soltanto nell’ambito della specie, cioè nell’ambito in cui si realizzano tutti gli scambi di bioenergia, è possibile definire la buona salute; ogni ostacolo alla estrinsecazione di una vita di specie è dipersé fonte di malattia per ognuno dei suoi membri. Perciò la bioenergetica reichiana (si veda in particolare lo scritto «Materialismo dialettico e psicanalisi» del 1929) non si presenta come la tecnica, oggi, in grado di guarire. Essa oggi può soltanto aiutare gli individui malati ad attenuare le conseguenze di una vita di specie carente, mentre l’affermazione della specie umana come soggetto storico reale esorbita evidentemente dall’ambito della medicina.
La bioenergia viene prodotta dall’organismo attraverso l’alimentazione e la respirazione e, distribuita nell’organismo attraverso i fluidi fondamentali (sangue, linfa, ecc.), alimenta il fabbisogno delle singole cellule, lasciando però un surplus (che è specificamente la libido freudiana) che viene investito in parte sul mondo esterno attraverso il lavoro (azione sociale, forza produttiva e cosi via), in parte sotto forma di movimenti involontari di tutto il corpo (questa specificamente è la sessualità).
Negli organismi semplici, come i protozoi, una grossa parte dell’energia prodotta è consumata come motilità dell’organismo, cioè quasi tutta la nutrizione va in sessualità. Fame e sesso sono i termini immediatamente connessi di un unico processo. Negli organismi superiori altamente differenziati, fame e sesso sono sempre connessi fra di loro, ma attraverso un gran numero di mediazioni.
Il fabbisogno di elementi nutritivi per la carica energetica è avvertito soggettivamente dall’organismo come istinto della fame (non consideriamo un corrispondente istinto per la respirazione, dato che il fabbisogno di aria è sempre immediatamente soddisfacibile; se vi fosse scarsità di aria esisterebbe un corrispondente istinto della cosiddetta «fame d’aria»). A un deficit energetico corrisponde perciò l’aver fame. L’eccesso di energia è avvertito soggettivamente nell’organismo come istinto sessuale, che è soddisfatto appunto attraverso la dissipazione di energia nella scarica orgastica, cioè attraverso moti involontari dell’organismo.
Il bilancio energetico è però tale che in natura i due termini non sono in pareggio neppure negli organismi più semplici come i protozoi; la capacità di produzione eccede la capacità di consumo attraverso la sessualità. Nasce quindi la necessità di investimenti energetici alternativi. Nel protozoo l’eccesso di energia dà luogo alla scissione cellulare, attraverso la quale la cellula madre ripartisce la propria energia in due o più cellule figlie, moltiplicando cosi i centri di vibrazione.
Si apre cosi la strada agli organismi pluricellulari i quali acquistano la capacità di compiere movimenti collettivi finalizzati, che assorbono energia attraverso canali non immediatamente sessuali (questo meccanismo corrisponde alla sublimazione freudiana). La costruzione di funzioni organizzate superiori assorbe perciò porzioni crescenti di energia diminuendo la percentuale di essa rivolta ad attività sessuale negli organismi superiori. In questo modo i discorsi sull’austerità, impensabili a livello di protozoi dove il sesso è tutto, diventano invece proponibili a livello degli esseri umani.
Questa linea di tendenza spinse l’ultimo Freud a teorizzare (si veda il libro «Il disagio della civiltà») l’esistenza di un rapporto inverso tra civiltà e sesso, legando quest’ultimo alle epoche barbare della storia e lo sviluppo della civiltà alla rinuncia e perciò alla rassegnazione e perciò all’infelicità sessuale. Sottolineiamo le basi ideologiche di questa tesi, poiché non la necessità dello sviluppo della civiltà, ma soltanto la necessità della conservazione di una specie umana internamente dilacerata, inseparabile dall’esistenza di una società divisa in classi, forza la conclusione freudiana.
L’erogazione di energia in forma sublimata (lavoro e affini) coinvolge di solito soltanto parti del corpo, lasciando altre parti energeticamente cariche. Si tratta di una liberazione energetica squilibrata e disarmonica, in cui alla fine le parti cariche, con la loro esistenza, bloccano la possibilità di ulteriori erogazioni energetiche. E noto che uno stato di eccitazione sessuale insoddisfatta preclude, da un certo livello in su, la possibilità di lavorare e concentrarsi, mentre non è vero l’opposto, cioè uno stato di ozio non deprime affatto le capacità sessuali dell’organismo, almeno a breve termine. L’attività sessuale non bloccata invece è la sola che, coinvolgendo l’intero organismo, rende possibile una scarica totale. Possiamo illustrare il processo in questo modo: la bioenergia tendenzialmente circola in tutto il corpo, attivando ordinatamente tutte le funzioni dell’organismo. L’esistenza di un blocco energetico (cioè di una zona che inghiotte energia senza trasmetterla) distorce tutto il processo disturbando perciò anche il movimento delle zone di per sé non bloccate. Insomma l’esistenza di un blocco energetico nel soma disturba gravemente le funzioni lavorative, come del resto è provato dall’esperienza quotidiana di ognuno; è vero anche l’opposto, cioè ingorghi di energia nel cervello, prodotti ad esempio da forti ansie o preoccupazioni, perturbano l’ordinato svolgersi delle funzioni sessuali. In conclusione il rapporto tra civiltà e sesso non può essere risolto in termini mutuamente esclusivi. L’attività sessuale, come abbiamo notato a proposito dell’evoluzione dai protozoi ai metazoi, ad un certo grado del suo sviluppo produce le funzioni lavorative, il cui sviluppo d’altra parte si blocca e si distorce in assenza dì una sessualità soddisfacente.
Affrontiamo questa stessa tematica della dialettica sesso-civiltà da un punto di vista un po’ diverso, cioè sotto l’aspetto funzioni vegetative-funzioni superiori. Lo sviluppo delle funzioni superiori non nega t’esistenza, e anzi stimola, l’ulteriore sviluppo delle funzioni vegetative.
Consideriamo ad esempio il processo del pensiero. La concezione meccanicistica sostiene che il pensiero è prodotto e conservato nel cervello attraverso l’attività delle reti neuroniche. Il rapporto con il resto del corpo è concepito nel senso che dal corpo partono le informazioni, cioè i dati materiali grezzi, che poi il cervello elabora, e nel corpo tornano i comandi che prescrivono a questo oscuro servitore il da farsi. Su questa base si comprende il disegno della scienza meccanicistica di voler costruire organi artificiali di pensiero, mediante la simulazione delle reti neuroniche. E ben noto il fallimento ditale disegno che giunge soltanto a costruire organismi capaci di produrre le funzioni esecutive del pensiero, ma non quelle creative.
Nell’ambito della teoria reichiana, invece, il processo del pensiero è visto in tutta la sua complessità, come una legge di corrispondenza tra i moti del corpo e i moti del cervello, organo di registrazione e di percezione, nonché vertice, ma non esclusivo produttore del pensiero. Tra cervello e corpo esiste uno scambio reciproco; i movimenti della corteccia cerebrale che corrispondono agli atti di pensiero derivano da corrispondenti movimenti delle correnti vegetative del corpo, cioè l’attività del cervello non solo dirige, ma è anche diretta dal moto della bioenergia in tutto il corpo. Il cervello registra perciò gli impulsi spontanei della sfera vegetativa e, associandoli in forme più complesse, li riflette sul corpo attraverso comandi che innescano movimenti coordinati e finalizzati — dei quali la spontanea attività vegetativa è incapace — che a loro volta modificano e arricchiscono (oppure, come nelle nevrosi, impoveriscono e reprimono) la spontaneità vegetativa. Questa concezione è provata dal fatto che blocchi energetici localizzati nel soma, come nella nevrosi, si traducono in idee fisse oppure attività cerebrale coatta, cioè funzionalmente in una diminuzione della motilità del cervello. Spesso succede che proprio per cancellare dal cervello idee fisse angosciose o fantasie paurose l’organismo si corazzi, cioè blocchi parti del soma in modo che i movimenti di questo ultimo non possano più alimentare l’attività cerebrale angosciosa. Nella saggezza popolare si dice che «si trattiene il fiato» in caso di paura oppure «si stringono i pugni» per reprimere l’ira. La contrazione muscolare, attraverso la mediazione del sistema vegetativo, induce la cancellazione dal cervello dei contenuti angosciosi: il blocco totale o parziale del soma è il mezzo per realizzare la rimozione freudiana. Viceversa l’allentamento delle tensioni del soma, realizzato con opportune tecniche somatiche di tipo reichiano o con la medicina omeopatica, attenua il blocco della motilità del cervello. Questo fatto viene soggettivamente percepito come consapevolezza dell’esistenza del blocco. A questo punto il cervello viene messo in grado di usare la sua forza dirigente per mobilitare l’energia somatica verso la completa liquidazione del blocco.
In questo quadro si comprende come la tecnica terapeutica freudiana sia capace di rimuovere blocchi somatici, come accade nell’isterismo, mediante l’uso di tecniche verbali, capaci di produrre in modo diretto la consapevolezza del cervello. Questa tecnica è però utile solo in un numero limitato di casi, quando cioè, come appunto nell’isterismo, il blocco alla mobilità vegetativa non è molto grande e perciò il danno arrecato al cervello non è molto profondo. Il cervello conserva allora sostanziali capacità di iniziativa e può essere mobilitato per la riparazione del danno a sé stesso (eliminazione del trauma nevrotico) e del danno al soma (eliminazione della conseguenza somatica della nevrosi).
Nella maggioranza dei casi però la tecnica terapeutica freudiana fallisce, perché il blocco energetico somatico all’origine della nevrosi è talmente esteso che il cervello perde la capacità di reazione autonoma e non è quindi in grado di riprendere da solo la direzione del soma; d’altra parte il soma stesso non gli fornisce sufficienti energie allo scopo. In tal caso è necessario prima rimuovere, almeno in parte, il blocco energetico, sia con la vegetoterapia o con l’orgonoterapia reichiana, sia con la medicina omeopatica o ancora con l’agopuntura cinese. In conseguenza di questo primo successo il cervello può collaborare, nella fase finale della terapia, in modo crescente con i successi di questa; infine può assumere la direzione del processo di eliminazione totale del blocco energetico ed opporsi alla sua eventuale riformazione.
Condizione preliminare dell’attività cerebrale è il sistema vegetativo rappresentato oggettivamente dalle correnti di bioenergia del plasma e percepito soggettivamente come sistema emotivo. Tale sistema è regolato (come un protozoo) dalla legge della carica-scarica, che si traduce in espansione e contrazione. Mentre nel protozoo l’intero organismo si espande e si contrae autoregolandosi, nell’essere umano tale funzione è diretta da sistemi specializzati: il simpatico che regola la contrazione e il vago che regola l’espansione. L’economia dell’organismo dipende dall’esistenza di un equilibrio dinamico fra i due sistemi. Tale situazione apre la possibilità di crisi in presenza di squilibri permanenti tra queste due componenti antagoniste.
Questo meccanismo di carica e scarica è il «principio del piacere». Esso però non opera in un vuoto, ma nell’ambito del mondo esterno, la cui influenza è il «principio di realtà ». Questi termini non vanno visti scissi fra di loro, sia perché anche il sistema vegetativo fa parte della realtà, sia perché il mondo esterno è influenzato dall’azione del soggetto, sia perché il sistema vegetativo si struttura nell’interazione con il mondo esterno; in questo senso il principio del piacere è parte di un più generale principio di realtà. Le esigenze del mondo esterno impongono afflussi permanenti di energia in certe zone dell’organismo, deformando cosi il puro ciclo «carica-scarica». Ad esempio, la necessità di combattere uno stato ansioso determina una contrazione dei muscoli del torace e del diaframma, che mantiene il corpo in posizione prevalentemente inspiratoria (popolarmente si dice «trattenere il fiato »). In questo quadro il puro principio della «carica-scarica» vale, come si è detto sopra a proposito del sesso, soltanto per il protozoo mentre, negli esseri superiori, parte dell’energia è investita nella costruzione di strutture permanenti, svolgenti funzioni specializzate di interazione con l’ambiente. Queste strutture permanenti, che il soggetto percepisce come tratti del proprio carattere — benché oggettivamente prodotti dal soggetto — a volte si ergono contro di lui come potenze estranee, dirigibili dal soggetto stesso con altrettanta difficoltà quanto i fenomeni cosiddetti esterni. L’esistenza ditali strutture è percepita solo in rare circostanze (per esempio in seguito ad una psicoterapia ben riuscita) dal soggetto, che nella stragrande maggioranza dei casi ne è inconsapevole. Addirittura tali strutture, svolgendo una funzione di schermo nei confronti della realtà esterna, delimitano la capacità conoscitiva del soggetto. Un individuo che, attraverso un irrigidimento nel proprio sistema muscolare, abbia completamente bloccata la propria capacità di scarica, non potrà concepire alcuna esperienza piacevole, anche se questa fosse concretamente a sua disposizione. Analogamente uno schizofrenico — caratterizzato dal fatto di aver spezzato la connessione tra il proprio corpo ed il proprio cervello — percepirà qualsiasi fatto, anche se localizzato nel suo stesso corpo, come esterno a lui; di qui la convinzione soggettiva di aver visioni, esperienze mistiche, ecc.
Evidentemente le strutture caratteriali di un individuo sono costruite sulla base della particolare interazione da lui avuta con il mondo esterno; dipendono perciò dalla facilità di soddisfare i propri bisogni (in un determinato istante) e dal tipo, direzione, intensità delle forze che lo hanno sollecitato. Il carattere degli esseri umani dipende dal modo di produzione nel cui ambito vivono e dalla particolare collocazione di classe che essi hanno nel dato modo di produzione. Sarebbe possibile su questa via — anche se finora non è stato concretamente fatto - costruire un’antropologia che indichi, per ogni dato modo di produzione, la gamma di tipi umani esistenti in esso all’interno delle varie classi sociali. I mutamenti possibili nel carattere dei soggetti sono quindi limitati dai vincoli del modo di produzione esistente, per cui cambiamenti più radicali richiedono necessariamente mutamenti del modo stesso.
In tutte le società di tipo mercantile — culminanti nella società capitalistica —in cui ogni individuo è in lotta economica con tutti gli altri si ha un irrigidimento dei tratti distintivi dell’individualità per cui è gravemente disturbata la capacità dell’io di abbandonarsi nel tu. Ciò disturba grandemente il processo di carica-scarica ed in conseguenza la capacità di provare piacere. Soltanto una situazione in cui l’unico soggetto economico sia l’intera specie umana può consentire all’individuo di vivere pienamente il meglio della sua individualità cioè il «principio del piacere ». Nel rapporto sessuale della società mercantile l’io non può vivere il proprio piacere perché deve difendersi dal tu, perché ha bisogno di possedere il tu. Come dice Marx: «in questo rapporto (sessuale) si mostra anche fino a che punto il bisogno dell’uomo è divenuto umano bisogno, fino a che punto dunque, l’altro uomo come uomo è diventato un bisogno per l’uomo, e fino a che punto l’uomo, nella sua esistenza, la più individuale, è ad un tempo comunità ».
La natura interna dell’essere umano non è indipendente dal sistema sociale, ma è da esso determinata. Il concetto di salute dipende perciò dal particolare modo di produzione, essendo inteso come ottimizzazione delle capacità interne dell’essere umano rispetto ai vincoli posti dal modo di produzione. Nel modo di produzione capitalistico la salute consiste nella massimizzazione dell’erogazione di energia in forma di lavoro, mentre non è importante quanta energia si eroghi attraverso la scarica sessuale. Si crea quindi un essere umano «meccanizzato », un robot — ben inteso non di tipo unico, ma con caratteristiche diverse a seconda della classe di appartenenza. L’ideale di salute per lui è l’assenza di ostacoli (dolori, ansie, ecc.) che possano disturbare la capacità di lavoro, mentre l’incapacità di vivere il proprio mondo pulsionale non solo non è grave ma è addirittura un vantaggio nella lotta per l’esistenza, poiché diminuisce la dipendenza dell’uomo dall’altro uomo.
Torniamo al carattere. Esso è la forma necessaria in cui accadono i processi vegetativi, è l’ambasciatore del principio di realtà presso il principio del piacere e viceversa, è anzi la lotta tra i due.
Il sistema vegetativo è posseduto sia dagli animali che dalle piante (vedi esperimenti di sensibilità delle piante, eseguiti in California tempo fa). Gli animali sono caratterizzati dalla possibilità di costruire un carattere, perché in essi l’energia è più plastica. Nell’essere umano è possibile costruire funzioni superiori: quelle dell’io. Abbiamo perciò nell’essere umano due livelli distinti di funzioni: le funzioni vegetative e le funzioni dell’io. Queste ultime possono funzionare soltanto se il sistema vegetativo vive; d’altra parte il funzionamento del sistema vegetativo, una volta che l’io si sia formato, è regolato e diretto da esso; in questo quadro l’io è essenzialmente un sistema capace di trattenere l’erogazione di energia e di concentrarla su particolari funzioni.
In questa visione la malattia coincide con il blocco energetico. In altre parole l’esistenza di un blocco energetico è la condizione che determina il danno fisico o psichico. Ogni malattia sarà in generale psicosomatica nel senso che l’esistenza di un certo blocco energetico in una certa parte del corpo, attraverso l’eccesso o il difetto di carica energetica nelle zone interessate, determina un danno ai tessuti (componente somatica), e simultaneamente con la sua presenza determina un blocco nel moto dell’energia attraverso l’organismo, che si traduce in un’alterazione del principio di carica e scarica (componente vegetativa). L’emergere di questa componente vegetativa a livello dell’io costituisce l’aspetto più propriamente psichico della malattia.
Come nasce un blocco energetico? Esso nasce in generale come difesa dell’organismo da una minaccia esterna eccedente le sue normali capacità di difesa.
In questa condizione si verificano eccezionali afflussi di energia su funzioni particolarmente importanti per la difesa. Ciò determina ingorghi energetici che impediscono il normale ciclo della carica-scarica. Ad esempio, uno stato di ansia può essere combattuto diminuendo il ritmo respiratorio (trattenere il fiato); in tal modo l’organismo non ha sufficiente energia per accorgersi di aver paura. Questa energia è invece trasferita come energia potenziale alle fasce muscolari del torace, mantenute in stato permanentemente inspiratorio.
Si determina perciò un ingorgo di energia nel torace (blocco toracico) che costituisce sia un inghiottitoio di energia, sia una limitazione di motilità dell’intero organismo. La funzione positiva di questo blocco è la soppressione immediata dell’ansia, pagata però al prezzo di sintomi somatici derivanti dalla sua esistenza (asma, disturbi di circolo, turbe cardiache, ecc.).
La soppressione di un particolare sintomo, ottenuta con mezzi farmacologici, non sposta in misura sostanziale la dinamica dell’organismo, ma soltanto la localizzazione dell’ingorgo. La terapia radicale consiste invece nello scioglimento del blocco energetico e nella eliminazione delle ragioni che lo hanno prodotto. Non sempre questo è completamento possibile, poiché tali ragioni dipendono strettamente dal sistema di relazioni inter-individuali esistenti, che e una conseguenza del modo di produzione. Si può perciò comprendere l’aspetto ideologico della medicina ufficiale, che invece attribuisce i vari sintomi all’azione — indipendente dal modo di produzione — di particolari malefici microorganismi.
La precedente esposizione mostra l’analogia tra queste idee e quelle su cui si fonda la medicina omeopatica. La connessione chiave è quella tra miasma e blocco energetico. Come si è visto nel precedente capitolo la medicina omeopatica non attacca i sintomi, ma i miasmi, cioè i blocchi energetici. La differenza tra le due dottrine è nello strumento operativo. La dottrina reichiana prevede tre livelli di intervento:
a) Analisi del carattere, in cui si cerca di ottenere dal paziente con tecniche essenzialmente verbali la consapevolezza dei propri blocchi energetici. L’analisi del carattere, benché diversa dal metodo freudiano, si pone però sul suo stesso terreno.
b) Vegetoterapia, in cui si cerca di ottenere sia la consapevolezza che l’effettiva eliminazione dei blocchi energetici attraverso opportuni esercizi fisici che sovraccarichino i muscoli bloccati fino a provocare la rottura del blocco.
c) Orgono-terapia, in cui si cerca di intervenire direttamente sui livelli bioenergetici  
    dell’organismo mediante la captazione dall’esterno di una particolare forma di energia,  
    detta «orgone ». Torneremo in seguito su questo punto.
La medicina omeopatica invece rimuove i blocchi energetici attraverso un’azione farmacologica e sottolineiamo:
1) L’identità della concezione biologica sottostante le due tecniche terapeutiche.
2) L’identità delle rispettive strategie terapeutiche che in entrambi i casi consistono nella rimozione dei blocchi energetici.
Le due tecniche terapeutiche differiscono invece negli strumenti operativi adoperati. Entrambe le teorie sono in linea di principio complete in sé, per cui non hanno strettamente bisogno l’una dell’altra. Nella pratica si osserverà caso per caso, a seconda della specifica localizzazione ed intensità dei blocchi energetici, quale delle due terapie o quale combinazione delle due sia la più efficace.

B) Tipologia umana e connessione con i miasmi di Hahnemann
La teoria bioenergetica, essendo una teoria dinamica, consente una descrizione dei vari tipi umani non sulla base della considerazione di caratteristiche morfologiche statiche ma sulla base dell’andamento del processo di carica-scarica nell’individuo dato e degli ostacoli che esso incontra. Questo consente di poter formulare, per un individuo dato, previsioni sulle sue potenzialità evolutive, mentre sul piano clinico consente la formulazione di una strategia terapeutica di lungo periodo.
La sfera pulsionale si sviluppa negli individui secondo una precisa legge storica di evoluzione. Le tappe di questo sviluppo sono segnate dall’attivazione energetica degli sfinteri dei tre grandi orifizi (orale, anale e genitale). Il primo gruppo di pulsioni che si attiva è quello a localizzazione orale. L’attivazione avviene simultaneamente al periodo di crescita e di sviluppo iniziale dell’individuo e corrisponde al periodo di formazione dell’io. In questa fase della vita, come nel protozoo, l’istinto della fame e quello del sesso sono soddisfatti con un unico atto.
La tappa successiva è legata alla fase anale con il controllo del relativo sfintere che induce nell’individuo l’attitudine a controllare e variare i cicli naturali. Le pulsioni anali si accompagnano a notevoli quote di aggressività (legate al differimento della soddisfazione della pulsione) che si scaricano sul mondo esterno e raggiungono la massima espansione nella fase uretrale.
Infine tutte le pulsioni si integrano nel primato della genitalità al momento dell’attivazione della fase genitale.
Nello sviluppo storico completo dei vari individui è possibile che vi sia un arresto prima della fase genitale, oppure si possono avere, sotto la spinta delle avverse condizioni esterne, arretramenti verso fasi primitive dell’evoluzione. A seconda della fase in cui il soggetto si attesta avremo perciò il tipo orale, il tipo anale o il tipo uretrale con tutte le varianti connesse con le modalità particolari della fissazione. L’esame particolarizzato di queste fasi sarà fatto nell’ottavo capitolo, anche alla luce delle considerazioni biofisiche che svolgeremo più avanti. Vogliamo soltanto qui sottolineare la convergenza tra la tipologia bioenergetica fondata sul concetto di blocco e la tipologia omeopatica fondata sul concetto di miasma.
La fissazione nella fase orale lascia il soggetto (oppure ve lo riporta) nelle condizioni bioenergetiche dell’infante. Il cibo e l’affetto debbono essere dati al bimbo senza chiedere niente in cambio; il contatto con il seno materno fornisce simultaneamente nutrimento o soddisfazione erotica. L’adulto con fissazione orale è perciò un egocentrico dipendente. Il bimbo non può regolare i propri ritmi naturali; l’adulto con fissazione orale sarà caratterizzato da una notevole fragilità nei confronti del mondo esterno con particolari debolezze negli apparati intestinale e respiratorio. Il contatto corporeo è fondamentale nel bambino, l’adulto con fissazione orale è caratterizzato da un ruolo essenziale della sua pelle. L’angoscia esistenziale nell’adulto corrisponde al senso di incertezza del bimbo rispetto al mondo. Si può perciò osservare una notevole corrispondenza fra le caratteristiche del tipo orale e quelle dell’individuo colpito dal miasma della psora. Il tipo orale, cosi come lo psorico, è caratterizzato da un basso livello di attività bioenergetica che si concentra essenzialmente nei suoi organi di relazione (in particolare quelli che prendono) attraverso i quali egli cerca di prendere il più possibile dal mondo esterno. Nella dialettica famesesso, il secondo istinto è subalterno al primo di cui si pone al servizio: questo è reso possibile proprio dalla localizzazione orale della richiesta di piacere. Infatti gli altri sfinteri sono energeticamente scarichi e non pongono perciò domande all’organismo.
Quando si passa invece al tipo anale ci si imbatte in differenti caratteristiche. Il bambino nella fase anale è alle prese con i suoi problemi di produzione; egli può regolare in una certa misura le sue sensazioni di piacere ed i ritmi naturali sottostanti, acquista la capacità di differire il momento della soddisfazione e nello stesso tempo sperimenta la rabbia che tale differimento comporta, imparando a controllarla. Mentre il bambino in fase orale manifesta subito con il pianto e l’implorazione il suo bisogno di soddisfazione, il bimbo in fase anale comincia a sperimentare la rabbia determinata e la protesta programmata. Mentre la pulsione orale è in ultima analisi connessa con l’istinto della fame e quindi con una richiesta di forza rivolta all’esterno, la pulsione anale deriva da energia accumulata di cui si trattiene la scarica. L’adulto con una fissazione anale è perciò caratterizzato da accumulo di energia nei suoi organi interni a danno degli organi di relazione, da desiderio di conservare, trattenere, possedere, dalla tendenza a cercare soddisfazione in sé stesso e nelle sue acquisizioni, da aggressività protratta che talvolta si trasforma in adesione ostinata a leggi, regole ed istituzioni. In casi estremi questa aggressività arriva fino all’apparizione di tendenze distruttive (sadismo). Sul piano somatico le massime potenzialità patologiche sono le malattie cardio-circolatorie (infarti, ipertensione, ictus, ecc.) e tutte le malattie da iperproduzione (cancro, ipertrofie di ogni genere, ecc.). La somiglianza della fissazione anale con il miasma sicotico è evidente. Vogliamo ricordare ancora una volta che ci stiamo limitando alle caratteristiche generalissime di questi tipi, in cui sono presenti un gran numero di possibili varianti a seconda delle modalità individuali in cui la fissazione si è determinata. Perciò tra i tipi anali avremo quelli in cui la pulsione incontra ostacoli alla sua soddisfazione e che quindi esaltano le caratteristiche di odio, di aggressività,di rabbia moralistica; il sicotico puro corrisponde appunto a questo tipo. Questo tipo sposta il suo piacere dalla soddisfazione della pulsione al divieto della sua soddisfazione, non solo per sé, ma anche per gli altri («mal comune, mezzo gaudio »).
In un altro tipo anale, la specifica funzione può essere soddisfatta senza però che si arrivi al primato della genitalità. Si usa in questo caso il termine di fase uretrale, nel senso che in questo caso la bioenergia arriva a lambire l’orifizio genitale, senza però investirlo. In tal caso il soggetto esercita un’azione sul mondo esterno rivolta al piacere, ma in forma distorta, debole, incapace di raggiungere i propri scopi. Sul piano psicologico l’aggressività si manifesta, piuttosto che come odio, come invidia, gelosia, come fluttuazioni di umore che vanno dall’euforia alla depressione. Il soggetto trova piuttosto soddisfazione nelle proprie individuali manie di grandezza che non nell’adesione ad una istituzione esterna onnipotente: prevale il narcisismo e la megalomania. L'esistenza della pulsione amorosa, unita alla incapacità di soddisfarla, determina l’esistenza di forti tendenze alla relazione con gli altri, mescolate però al desiderio di ferire, pungere, calpestare. Sul piano somatico l’individuo con fissazione anale-uretrale è caratterizzato da malattie a forte tasso di distruttività; demenza senile, arteriosclerosi, ulcere, ecc. La connessione di questo tipo con il tipo anale puro può dare luogo a fenomeni somatici «misti» come produzione di gomme ulcerate, di cirrosi in cui l’ipertrofia dell’anale puro si somma alla tendenza distruttiva dell’uretrale, di sclerosi varie. Anche in questo caso possiamo istituire una corrispondenza con un miasma di Hahnemann: il miasma luesinico.
Infine il tipo pienamente caratterizzato dal primato delle genitalità (creatura molto rara nell’ambito del presente tipo di società), può essere posto in corrispondenza con il tipo omeopatico sulfurico, introdotto da Bernard, cioè con l’individuo caratterizzato da un perfetto equilibrio delle varie funzioni. In questo tipo le pulsioni pre-genitali esistono, ma, a differenza dei tipi con fissazioni in esse, possono essere sia soddisfatte sia sublimate.
L’esistenza di queste corrispondenze tra le classificazioni della bioenergetica reichiana e quelle della medicina omeopatica mostrano che il quadro più naturale per l’omeopatia è proprio un quadro dinamico in cui le varie tipologie non vanno considerate in senso statico-descrittivo ma corrispondono alle varie tappe di uno sviluppo possibile e sono connesse tra di loro da relazioni che determinano i possibili esiti dell’intervento terapeutico sui vari malati. Una tendenza che riduca perciò i concetti hahnemaniani ad un puro elenco di tipi statici distruggerebbe proprio la potenzialità maggiore della dottrina omeopatica.
Torneremo sull’argomento in modo molto più dettagliato nell’ottavo capitolo dopo aver discusso un possibile fondamento biofisico di entrambe queste dottrine.

C) L’orgone
Reich compendiò le sue concezioni biologiche con l’introduzione del concetto di «orgone».Questo concetto è la parte della sua opera comunemente più criticata dei suoi avversari e passata sotto silenzio dai sostenitori più timidi. Si può dire che l’orgone sia per Reich quello che i miasmi sono per Hahnemann, cioè un modo misterioso ed immaturo di esprimere una verità profonda non ancora raggiunta dalla scienza ufficiale. Reich considera il fenomeno come un caso particolare di un fenomeno molto più generale: l’energia orgonica cosmica. Questa energia pervade tutto l’universo dando luogo ad una varietà di fenomeni; può essere accumulata all’interno di vescicole (i bioni) e raggiunge le sue manifestazioni più significative nell’essere vivente. La bioenergia di cui si parla nei precedenti paragrafi non sarebbe altro che energia orgonica.
L’introduzione di questo concetto universale permette a Reich di affermare la possibilità della produzione spontanea di materia vivente, rifiutando la conclusione opposta («omne vivum e vivo »), fondata sugli esperimenti di Pasteur.
E evidente che questa possibilità deve essere ammessa da chiunque non voglia sostenere l’ipotesi della creazione degli esseri viventi.
Reich produsse una serie di esperimenti a conferma dell’esistenza dell’orgone e costruì anche sistemi (i cosiddetti accumulatori orgonici) capaci di accumulare energia orgonica con cui rifornire soggetti malati e perciò, secondo Reich, depauperati di orgone.
L’accumulatore orgonico è essenzialmente costituito da una cavità la cui parete è formata da strati alterni di materia organica e di metallo,con lo strato più esterno costituito dalla prima e lo strato più interno costituito dal secondo. L’esperienza clinica reichiana dimostra che si ottengono sensibili miglioramenti nello stato di un paziente fatto permanere per un certo tempo in questa cavità.
La presenza universale dell’orgone permette di connettere il livello di esistenza di un dato organismo individuale con l’intero universo (ciò che Reich chiama superimposizione cosmica). Si comprende facilmente, sulla base della semplice esposizione di questa concezione reichiana, come essa dovesse essere aspramente combattuta dalla cultura scientifica. Essa infatti mise al bando l’orgone ed il suo inventore, mandando l’accumulatore orgonico in un museo dedicato alla illustrazione delle truffe scientifiche ed il suo inventore in un carcere federale degli Stati Uniti dove morì nel novembre del 1957.
È certamente singolare vedere una civiltà «razionalistica» e «scientifica», fondata sull’asserita assenza di dogmi, comportarsi fenomenicamente allo stesso modo della tanto vituperata inquisizione del buon tempo antico e vedere gli scienziati ufficiali trattare le esperienze cliniche reichiane nello stesso modo con cui Simplicio trattava il cannocchiale di Galileo: cioè con il rifiuto di vedere. Certamente, come accadde per Hahnemann con il suo miasma, anche Reich dette un’interpretazione teorica carente a fenomeni reali. Questa carenza può essere vista in particolare nella contraddizione che sorge tra la considerazione della malattia come ingorgo di bioenergia e la sua simultanea considerazione come dovuta a mancanza di orgone. Se nell’organismo c’è un eccesso di energia inutilizzata, perché dargliene ancora? Si potrebbe rispondere che l’energia orgonica è energia capace comunque di essere utilizzata, ma si entrerebbe allora in contraddizione con il fatto che l’organismo curato può ancora ammalarsi. Questo tipo di contraddizione sembra analogo a quello incontrato alla fine del ‘700 dai fisici quando consideravano il calore come una quantità intrinseca e non invece come un modo di scambiare energia.
L’origine della contraddizione risiede nella considerazione dell’orgone come una forma di energia, laddove invece esso dovrebbe indicare qualcosa di più complesso. Vedremo nel prossimo capitolo come questo problema possa essere posto, ma in ogni caso, nella concezione reichiana dell’orgone si possono indicare i seguenti punti positivi:
1) L’esistenza della vita dipende da un transito di energia attraverso il sistema che deve vivere.
2) Non ogni forma di energia esterna è adatta allo scopo di stimolare la vita, ma essa deve presentarsi in un certo modo qualitativamente adeguato.
3) Oggetti come l’accumulatore orgonico debbono in qualche modo svolgere una funzione di organizzazione dell’energia esterna all’organismo in un modo accettabile per esso.