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LOWEN,  IN/OLTRE

di Luciano Marchino

 

“Sono trascorsi quarant’anni da quando ho sviluppato l’Analisi Bioenergetica dai concetti carattero-analitici di Reich con l’intenzione di approfondire il lavoro analitico e di espandere le procedure corporee per rendere più efficace la terapia. Focalizzai l’attenzione sulla respirazione, l’espressione dei sentimenti e l’abbandono sessuale all’amore come si manifesta nel riflesso dell’orgasmo. ... negli ultimi anni ho imparato ad accettare la vita e a lasciarla accadere. Ciòmi ha condotto a una comprensione del tutto nuova dei compiti terapeutici e del processo dell’Analisi Bioenergetica. Ho chiamato questa nuova comprensione arrendersial corpo. Il fine dell’arrendersi è l’esperienza della gioia.”

In modo quasi magico, quasi mistico, quasi artistico, come un maestro zen che tracci il suo cerchio più perfetto, Alexander Lowen chiude con queste parole un ciclo di ricerca estesosi nell’arco di quaranta intensissimi anni di fervida passione scientifica che lo hanno condotto a radicare sempre meglio la sua ricerca clinica nella realtà somatica e spirituale degli esseri umani. Con le ultime parole del suo adress ai partecipanti al dodicesimo congresso biennale di analisi bioenergetica egli ci commuove per la sua grandezza e ci sorprende per la sua modestia. Giunto all’apice della sua esperienza umana e scientifica afferma di aver mancato l’obiettivo più ambizioso e più significativo, quello di ripristinare la piena salute emozionale in coloro che si rivolgono all’Analisi Bioenergetica in cerca di aiuto.
Dobbiamo, come altri hanno ritenuto opportuno, ignorare il suo messaggio e perseverare egotisticamente e caparbiamente nell’applicazione di un metodo che ha portato il suo massimo esponente a considerazioni di tale drammaticità? O dobbiamo chiederci se non sia giunto il tempo anche per noi di aprire gli occhi e di diventare protagonisti e non solo somministratori o fruitori di un metodo che come ogni metodo scientifico degno di questo nome ha portato il suo nucleo di ricerca più avanzato, più coerente e più disincantato a cogliere i propri limiti a falsificare le proprie ipotesi di partenza, e a formulare conseguentemente un nuovo e innovativo piano di ricerca e di applicazione?
Per rispondere a questo interrogativo credo sia necessario fare un passo indietro e inquadrare il paradigma dell’Analisi Bioenergetica all’interno del panorama attuale delle psicoterapie sia a mediazione verbale che a mediazione somatica.

Nel suo Oltre i confini, Ken Wilber, psicologo e ricercatore tra i più accreditati nel campo della psicologia transpersonale, introduce l’ipotesi che le forme di intervento psicoterapico abbiano come mezzo e come fine l’eliminazione dei confini tra ciò che chiamiamo e ciò che chiamiamo non Sé, che ci è psicologicamente altro. Egli sottolinea come il confine più comunemente riconosciuto sia fornito dall’epidermide, dimenticando però di sottolineare un dato importante, cioè che l’epidermide e la neocorteccia cerebrale, principale sede dell’attività mentale cosciente, hanno la stessa origine embriologica e sono partecipi del medesimo senso del confine. Come vedremo in seguito, questa considerazione non è affatto secondaria.
Wilber riconosce che, come Lowen rileva più volte nei suoi scritti, il senso dell’identità è fornito agli esseri umani soprattutto dall’esperienza corporea. L’osservazione clinica dimostra infatti che il corpo fornisce la base più largamente condivisa per distinguere ciò che è me da ciò che è non me, come il mio rasoio, o il mio spazzolino da denti, o la mia automobile. Ma oltre al confine fornito dall’epidermide siamo costretti ad ammettere l’esistenza di un secondo importante confine posto tra mente e corpo, o più precisamente tra mente conscia e corpo.
E’ l’esistenza di tale confine che ci induce a fare affermazioni del tipo “Io ho un corpo sano” piuttosto che “Io sono un corpo sano”.
La differenziazione sbrigativamente etichettata come separazione tra mente e corpo ci deve indurre a considerare l’eventualità che all’interno del processo di evoluzione si siano create le condizioni di una differenziazione adattiva funzionale tra uno strato più periferico, e più direttamente a contatto con l’ambiente (l’ectoderma-neocorteccia-pelle) e degli strati più profondi e meno esposti alla relazione ambientale come il mesoderma e l’endoderma. Tale differenziazione adattiva, che fornirebbe il substrato biologico all’esperienza psicologica di una separazione tra mente e corpo, è alla base delle osservazioni cliniche di Wilhelm Reich sull’origine dell’armatura carattero­muscolare, teoria pienamente assorbita nel paradigma dell’ Analisi Bioenergetica di cui costituisce uno dei pilastri principali.

Nessuna osservazione ci autorizza infatti a credere che la linea di confine tra mente e corpo sia presente (sancita oltre che predisposta) alla nascita. Una mole considerevole di dati ci costringe viceversa a rilevare come il processo di separazione dell’identità dal corpo proceda di pari passo con lo sviluppo del bambino e con la maturazione di stati dell’essere che Lowen ha assodato a cinque diritti fondamentali: di esistere, di avere bisogno, di essere autonomo, di imporsi e di amare sessualmente. La negazione protratta o traumatica di tali diritti, sembra costringere il bambino a dissociarsi dall’area del proprio corpo implicata nella rivendicazione del diritto negato, serrandolo nella morsa di una tensione che appare necessaria ad impedirne l’espressione e quindi l’appagamento, perpetuando di conseguenza lo stato di bisogno e di frustrazione. In cambio del paradiso così perduto egli riceve un’illusione, l’illusione che il non sentire, cioè il dissociare il piano fisiologico dalla sensazione dal piano psicologico della percezione dotata di emozione e di significato, lo metta al sicuro da un ambiente correttamente o erroneamente percepito come minacciante.
E’ così che perdiamo la capacità di riconoscere il corpo come il modo della nostra esperienza e cominciamo aritenerlo semplicemente un mezzo attraverso il quale entriamo in contatto col mondo.
E’ in tal modo che perdiamo la capacità di riconoscere il corpo come l’essenza e lo riduciamo alla funzione di contenitore di cui poi pretendiamo di essere il contenuto.
E non è tutto naturalmente perché, come Freud ha dimostrato e Lowen ha pienamente integrato nell’Analisi Bioenergetica, esiste all’interno del confine dell’ectoderma un ulteriore confine tra le parti di cui siamo consapevoli e che chiamiamo Io e le parti che abbiamo allontanato dalla coscienza, rimuovendole e/o proiettandole sull’ambiente esterno. Le parti che Carl Jung definì suggestivamente ombra.
Tale confine ci rimanda dunque a uno spazio più profondo e interno a ciascun essere umano: lo strato strutturale fornito dall’apparato muscolo-scheletrico (mesoderma) che è l’apparato di supporto e l’agente e soggetto di ogni azione cosciente e volontaria, ma contiene al tempo stesso la somma articolata (pattern) di tutti i divieti interiorizzati dalla persona nel suo processo di autocostruzione.
E’ proprio qui, a livello della muscolatura volontaria, che l’io sembra imbrigliare e annullare l’emergere di tutti gli affetti suscitati dal permanere della frustrazione ambientale. E’ qui che si realizza l’ulteriore confine tra parti consce, autorizzate per così dire a emergere sino al livello ectodermico, se non a esprimersi nell’ambiente, e parti inconsce, che solo nel sonno con l’allentamento delle tensioni muscolari volontarie e del controllo egoico, o nell’ atto bioenergetico, grazie all’alternanza simpatico/parasimpatico e alla decisione volontaria di riattivare modi di funzionamento espressivo desueti, possono tornare alla luce.
Nel primo caso esse, se supereranno la soglia del ritorno allo stato di veglia, dovranno comunque sottostare al processo di decodificazione noto come analisi dei sogni, nel caso di un atto bioenergetico invece, se la carica emozionale potrà superare la barriera posta dalle difese neurotiche dell’io adattato, trascinerà con sé la conoscenza originaria dell’evento e della situazione patologica che diede origine al blocco neurotico,portando ad un momento di autocoscienza che non richiede alcuna spiegazione, ma solo un’adeguata integrazione a livello consapevole.
Il processo dell’analisi bioenergetica però può essere visto in due modi, diametralmente opposti. Il primo, che l’avvicina alla terapia dell’io, è un processo che, senza troppo allontanarsi dalla realtà, potremmo definire di manutenzione dell’armatura caratteriale e che prevede la riorganizzazione delle difese sotto l’egemonia di un io rafforzato da una migliore sensazione di esistere (dovuta all’integrazione dei vissuti emozionali e sensoriali corporei), e quindi di potersi battere con maggior successo per i propri fini. In questa luce il terapeuta si pone al servizio dell’io del paziente, promovendo però un intensificarsi del senso di separazione, e spesso di conflitto, tra l’organismo e l’ambiente, e rendendo il suo paziente un combattente più fiero e fiducioso ma non per questo più gioioso.
Credo che Lowen, nel suo adress ai bioenergetici, voglia proprio sottolineare come tale approccio non abbia portato i risultati sperati e come il processo dell’Analisi Bioenergetica sia oggi meglio descrivibile come un progressivo arrendersi al corpo e al flusso della vita, dentro e fuori di noi.
Don’t push the river! Non spingere il fiume della vita, arrenditi, lasciati condurre.
Ma il flusso della vita, nel processo di reintegrazione delle parti che chiamiamo psicoterapia, sembra spesso sommergerci e precipitarci in situazioni sulle quali non sentiamo di avere il controllo e che minacciano di sopraffarci. Si incontrano rapide e mulinelli e cascate improvvise, come improvviso è talvolta il crollo delle antiche illusioni, e implacabile il mulinello dei sentimenti inespressi di dolore, di collera, di desiderio o di paura a cui non riusciamo a sottrarci, e incontrollabile ci sembra l’improvviso ritorno dell’ energia quando riusciamo a praticare una breccia nella massa compatta dell’armatura.
E’ a questo punto che l’Analisi Bioenergetica supera se stessa, e sfocia in una dimensione che va ben al di là di una terapia dell’io, perché il processo di confronto con la paura di perdere il controllo e di impazzire, con la paura che arrendersi al corpo equivalga a morire, la pongono sul piano di una pratica di evoluzione spirituale, che travalica irreversibilmente l’angusta dimensione della psicoterapia dell’io individuale, per riallacciarsi ad una unità sottostante che sembra accomunare la molteplicità degli esseri umani.
Questa fu probabilmente l’esperienza che Teresa D’Avila, la più grande ricercatrice spirituale della cristianità, descrisse come oscura notte dell’anima e forse fu l’esperienza che indusse Al-Ghazali, il più grande mistico dell’Islam, a porre nel suo Trattato delle sette valli la valle della morte e l’abisso del nulla prima della settima e ultima valle al centro delle altre: la valle della celebrazione, equivalente mistico della gioia. E forse da ripetute esperienze di questo tipo ha avuto origine il Bardo, il libro tibetano dei morti, minuziosissima sequenza di istruzioni per il passaggio a una vita migliore, per l’uscita dalla ruota del Karma, così simile, come abbiamo rilevato altrove, alla schiavitù dell’armatura caratteriale.
Tutti costoro, si badi bene, non cercarono Dio attraverso dotte elucubrazioni o agitando concetti fumosi; questo era ed è tuttora compito dei letterati. I mistici, al contrario, perseguivano la conoscenza di Dio attraverso ben precise pratiche esperienziali corporee.
Forse in tal modo entrarono in contatto col nucleo della loro energia pulsionale originaria che Wilhelm Reich, maestro di Lowen, aveva posto al centro del proprio modello della personalità umana. Forse in tal modo assaporarono l’esperienza dell’estasi, della celebrazione, della gioia del contatto con l’origine dell’uno e del tutto. Non lo sappiamo, non possiamo saperlo, ma certamente sappiamo che, contrariamente alla dilagante o gaudente congerie del neomisticismo, che pretende di saltare pie' pari l’esperienza dei vissuti corporei per sguazzare illusoriamente in un oceano cosmico pittorescamente popolato, l’Analisi Bioenergetica si pone come il frutto raro e maturo di un processo di evoluzione e di integrazione emozionale, esperienziale, sensoriale o cognitiva che, per il solo processo di incremento sinergico della complessità che è il mezzo e il fine del suo metodo e grazie al contributo di molti ricercatori, si trova oggi al limitare di una spiritualità emergente che esita ad abbracciare, ma che non può più a lungo rinnegare.
Arrendersi al corpo, abbandonare le tensioni psico-corporee difensive, fu la scelta che guidò Reich ad elaborare l’ analisi del carattere in vegetoterapia caratteroanalitica. Lowen, che dalla vegetoterapia trasse le sue prime intuizioni, torna oggi a una profonda comprensione della funzione terapeutica dell’arrendersi.
Dopo essersi battuto con pieno successo per affermare il proprio metodo, egli lo perfeziona e ci avvisa: l’ultimo passo verso la gioia è imparare ad arrendersi.

Luciano Marchino