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di Umberto Galimberti
Tratto da “La Repubblica” del 4 aprile 2007
Paul Watzlawick, morto il 31 marzo 2007 nella sua casa di Palo Alto in
California all’età di 85 anni, è lo psicologo che meglio
di tutti è riuscito a coniugare i problemi della psiche con quelli del
pensiero e quindi a sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro
compete, perché ad “ammalarsi” non è solo la nostra
anima, ma anche le nostre idee che, quando sono sbagliate, intralciano
e complicano la nostra vita rendendola infelice. E prorio Istruzioni
per rendersi infelici, che Feltrinelli pubblicò nel 1984 facendo
undici edizioni in due anni, è stato il libro che ha reso noto
Watzlawick in Italia al grande pubblico.
Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito all’Università di
Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia.
L’anno
successivo
prese a frequentare l’istituto di Psicologia analitica di Zurigo dove
nel 1954 conseguì il diploma di analista.
Dal 1957 al 1960 ottenne la
cattedra di psicoterapia presso l’Università di El Salvador e
dal 1960 si trasferì al Mental Research Institute di Palo Alto
dove lavorò con Don D. Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson,
diventando il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana,
delle teorie del cambiamento, del costruttivismo radicale e della teoria breve
fondata sulla modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra “immagine” del
mondo, spesso dissonante con la “realtà” del mondo.
Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo
luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche
non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica
che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile,
studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la
comunicazione a produrre le interazioni patologiche.
A un individuo può capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini
contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick
chiama “paradossale”. Se la persona non riesce a svincolarsi
da questo doppio messaggio la sua risposta sarà un comportamento interattivo
patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare “follia”.
Questa analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana non
si limita a un’interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre
procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire nelle
interazioni e di modificarle. “Paradossalmente” è proprio
con l’iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonché con
la “prescrizione del sintomo” e altri procedimenti di questo
tipo che il terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche
apparentemente inespugnabili.
Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come “guarigione”,
ma come “cambiamento” a cui ha dedicato Il
linguaggio del cambiamento; Il codino del Barone di Mùnchhausen e, con Giorgio
Nardone, L’arte del cambiamento.
Secondo Watzlawick sono distinguibili due realtà, una delle quali è supposta
oggettiva ed esterna, e un’altra che è il risultato delle nostre
opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare queste due realtà ed è questa
sintesi che determina convinzioni, pregiudizi, valutazioni e distorsioni
dovute al fatto che il mondo della razionalità è controllato
dall’emisfero cerebrale sinistro che ci consente di interpretare
la realtà oggettiva in termini razionali secondo una logica metodologica.
Ma questa è spesso in conflitto con l’attività dell’emisfero
destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche
e assurde.
Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull’emisfero destro
perché in esso l’immagine del mondo è concepita ed
espressa e, mutandone la grammatica attraverso paradossi, spostamenti
di sintomi, giochi verbali, prescrizioni, si determina il cambiamento
dell’immagine del mondo che è alla base della sofferenza psichica.
La rivoluzione non è da poco, perchè smentisce la persuasione
comune secondo cui, a partire dalla nascita la realtà non può che
essere “scoperta’.
No, dice Watzlawick ne La realtà inventata.
Il costruttivismo, che è alla base della sua concezione, sostiene che
ciò che noi chiamiamo realtà è un’interpretazione
personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito
attraverso la comunicazione e l’esperienza. La realtà non verrebbe
quindi “scoperta”, ma “inventata”.
Da queste invenzioni nascono “stili di vita” che rendono ciechi
non solo gli individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia,
aziende, sistemi sociali e politici) nei confronti di possibilità alternative.
Con molti esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova
formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove “realtà”.
E così la psicologia incomincia a respirare. Oggi a raccogliere
questo respiro è la consulenza filosofica che spero annoveri presto
Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia, approfondisca quella
terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia, sono spesso la causa
delle sofferenze dell’anima.